[MILANO CITY MARATHON] Primo cambio


Nel quarto d’opera in cui gocciolarono elefanti dalla mia fronte, me stesso l’acquoso scoprì che non ci voleva nulla a scomparire sciolto per strada. Frantumato in sudore. E che la merce umida del sottoscritto, di conseguenza, non sarebbe giunta intera a destinazione. Con il sole che ci smanacciava sopra, e il me fesso sotto asciugato dalle parti piovose senza poter far nulla di contrario dal diventare un biscotto tostato.

Ma il passo di marcia che avevo, mentre correvo, grossomodo era veloce quanto il cesso di un autogrill. Soltanto meno elegante e senza l’aria profumata. Quindi adesso sarà il caso che rallento e ricomincio con calma. Tutto da capo.

D’altronde, lo zio Ottavio avrebbe detto. – Nessuno più c’è che deve correre. Che per un po’ stiamo tranquilli.

Ero con altri diecimila illuminati disposti a fiumana.

Ognuno dei quali si trovava solo dentro le mura di una respirazione vaga. Da infarto imminente. Che ci faceva sembrare santoni venuti dal pianeta U.D.M., Una Decisione Malvagia o di Merda. Cioè quella di voler essere bisturi d’oro che operavano il grembo delicato della società. Con il filo per niente a punto o pesantemente malandato. Spinti a forza nelle viscere dell’ingiustizia, ad esempio la fame d’uno stomaco moltiplicata per un miliardo di volte, che alla fine di quel supplizio ci avrebbe messo poco a divorare anche le spalle di noi Pallasecca e Puzzamerda. Dopo il passaggio.

Il mio, di rasoio medico, gemeva sadico di piacere. E la somma dei pensieri, progetti, silenzi ora mi puntava sulla distanza da coprire.

Poi, con gli occhi postati di lato, lo sguardo diretto verso sinistra, vedevo macchine parcheggiate che si alternavano agli alberi. Tutti disposti con un criterio molto sotto la media per un marciapiede pavimentato d’erba. Oltre il quale c’era un muro, e oltre quello l’ippodromo del galoppo.

Che per ora sta lì. Ma non si sa ancora per quanto. Forse qualcuno aspetta di vedere il parco di Trenno sventrato per ragionare oltre.

Due metri più a destra, dalla parte opposta, grumi di maglie con la trachea a tutto entusiasmo incitavano la gente in arrivo. A fare presto. A sollevare le ginocchia, a togliersi il testimone e a fare ancora prima per passarlo. L’oggetto in questione dava alla testa. E fortuna che non era niente di più di un braccialetto ad alto contenuto tecnologico in fibra di cotone e un rilevatore di tempi.

Giuro di aver visto un tizio, tipo Walter Matthau, partire seriamente a razzo mostrando al mondo di avere la falcata di una papera in manovra di decollo.

Ad ogni modo, passato il mio, per un attimo pensai di saltare in taxi e filare in ospedale per farmi ricoverare. Ma mi tornò subito in mente che ero arrivato fin lì per tentare di coinvolgermi nella vita di quei bambini in America del sud. L’Onlus per cui ero convinto che c’entrassi anche io.

E poi si era detto che ci saremmo trovati tutti all’arrivo.

La gente strillava con forza, mandandomi i nervi a fior di pelle. Non sono una persona maleducata, ma mentre ci passavo in mezzo sembravo fin troppo bendisposto, per uno che interiormente si dichiarava contento se le lingue di quei cretini avessero tirato il freno grazie alla forca. Ma io potevo essere meglio di loro. E neanche di poco. Così mi si era impegnato lo spirito ad oltrepassarli fingendo di essere ferito, e trovare il mio angolo di paradiso.

In terra, agglomerati di plastica erano i segni della piena.

A una certa distanza davanti a me c’era un albero ricoperto di fibre in poliestere che gettava un’ombra decisa sull’asfalto.

Potevo scorgerlo in lontananza.

I rami scarni e cadenti sulla pavimentazione e il magliettame mingherlino gettato sopra, gli davano nell’insieme un aspetto simile a tanti crotali incappucciati.

Ero masarato fradicio.

Diedi una stretta alla visiera. Una stretta così balorda che il berretto non si mosse, e perdette ogni senso di utilità.

Accelerai ancora di più nel desiderio di raggiungere l’ombra prima del decesso. Sapevo che a quell’ora il sole aveva il passo dello zio Ottavio, e se mi fossi dato una mossa avrei ancora potuto beneficiare di un abbraccio sufficientemente ampio di refrigerante. Proiettato dal tronco.

All’ora zenit invece, se avessi permesso al sole di affrontarmi, oltre a sferzarmi la nuca e schiaffeggiare le chiappe, mi avrebbe fatto ronzare negli orecchi che stava correndo più forte di me. E che avrebbe nascosto l’ombra a qualunque cosa, sotto i loro piedi. E io lo avrei preso in quel posto.

Mi diedi una mossa.

Vedevo il mio piede, ma non sempre lo stesso. L’albero che cresceva in una goccia d’acqua. E dentro quest’occhio, il sinistro, mi bruciavano i muscoli.

Ora, sempre sotto il sole implacabile, presi a salire un pendio.

Istintivamente rallentai. Ma, allorché mi accorsi che la strada si era mantenuta piatta, procedetti corsiero. O quasi. Mi mancava la coda, ma a quattro zampe c’ero già.

In prossimità dell’albero mi trovai naso naso con un uomo sdraiato. La schiena appoggiata sull’asfalto, teneva una gamba sollevata e il suo piede destro, per aria, era quasi all’altezza della faccia di quest’altro che diceva di non poter fare più forza di così. E che glielo stava spingendo al massimo.

Costui che spingeva, si mise a fischiettare con una certa crudeltà.

Il motivo?

“We are the champions”

Accompagnandosi col suo piede dietro che rimbalzava al ritmo del zufolato.

Che non ero certo fosse ballabile.

Quando smise di fischiettare prese a cantare.

“We are the champions – my friend

And we’ll keep on fighting

Till the end

We are the champions

We are the champions

No time for losers

‘Cause we are the champions of the World”

Mi ero già inoltrato nell’ombra del fogliame mingherlino, prima che l’uomo s’accorgesse della mia presenza e voltasse il capo, cessando di cantare.

Aveva una testa ossuta, con un naso così adunco che la pelle tirata sulla calotta pareva lì lì per strapparsi a causa di quell’uncino eccessivamente sporgente. Le guance che non aveva erano solchi. E la bocca, disegnata male, era un inutile ponte di tronchi bianchi che cadevano poco a fagiolo tra le stille di sudore lungo quella faccia.

L’altro, quello in terra, aveva una fonte eccezionalmente ravvivata di vita sulle tempie. E poco dopo le vene pulsanti, c’erano i capelli grigi che si erano evidentemente diffusi con gli anni.

Indossava una muta tecnica di peli, e pantaloncini.

Se ne stava con la sola parte inferiore della divisa sportiva. Quella superiore, presumibilmente, era volata via quando l’altro ancora non la menava con la storia di non riuscire a fargli passare il crampo. Che il polpaccio si allungava l’equivalente di non-abbastanza.

Al loro fianco giaceva una giacca di fustagno con bottoni dorati e una coperta incredibilmente profumata di piscio. Probabilmente erano l’attrezzatura di un senzatetto momentaneamente assente, o in viaggio nello Spazio. Dove a lui sarebbe servita poco, e men che meno a noi corridori. Per questo, forse, l’aveva lasciata lì senza troppe preoccupazioni.

E un poco più vicino di quella roba, là dove era stata scaraventata, giaceva miserabile la scarpa di tela verde del povero sofferente.

L’individuo mi guardò a lungo.

Me ne stavo immobile nell’ombra. Levai il berretto. Con un braccio mi asciugai il sudore dalla faccia e, finito di usare l’arto, lo mollai con tutto il suo peso. Se fosse finito in terra non me ne sarebbe fregato un cazzo.

L’uomo sdraiato districò la gamba e prese a scavare l’aria con i diti del piede.

– Gesù, – Dissi. – che freddo fa d’inverno su questa strada!

L’altro mi guardò con aria interrogativa e disse. – O sei Tommaso Crociera, o il gemello vecchio?

– No, sono proprio io. Tom Cruise. Che se ne torna a casa.

– Non ti ricordi di me, scommetto. – Disse l’altro, e sorrise. Il sorriso rivelò due fili di saliva all’interno dell’incavo orale. – E come potresti ricordarti? – Aveva proseguito lui. – é passato un secolo da quando cercavo di insegnare l’attività motoria a te e ai bastardi dei tuoi compagni di scuola. Può darsi che tu non te ne ricordi, ma io sì. Eppure vi ho presentati io alla corsa. Col test di Cooper e tutto il resto. Vi ho tuffati io nel mare di questa passione.

Lo guardai con occhi semi chiusi, poi mi si misero a ridere. – Ah! Siete …

– Lo ero. – Corresse l’altro. – Il professore di religione fisica.

– Il prof Fiacco.

– In persona. Che glorificava il corpo. E alla mia messa – Appoggiato sui gomiti fece gli addominali per tirare fuori due virgolette dalle dita. – voi debosciati sareste annegati nell’acqua pur di salvarvi dalla fatica. Ma adesso non me ne occupo più. – Sospirò. – Adesso sono diventato un Jerry Lewis del movimento e basta. Da quando non ho più il mio lavoro grazie a delle brutte voci sul mio conto, ho anche perso la vocazione per i voialtri bastardi. E sul tema dello sforzo fisico non mi è rimasta che qualche idea peccaminosa in testa. Come vedi già alzare un braccio può essere un problema per me. E mi sembra giusto. Anche alla luce del cognome che mi ritrovo.

– Certo che ho presente di lei. Facevamo proprio delle belle lezioni. Ricordo quelle volte che avete fatto lezione camminando con i piedi in giù, sotto le gambe, e le mani in aria sopra braccia. E gridava a squarciagola. La preside non aveva molta stima di voi, se non ricordo male. Ma più più di tutti era la vecchia bidella che ne diceva di ogni sul vostro conto.

– Tipo?

– Che se aveste avuto una pollastra attaccata ai pantaloni l’avreste trovata bassotta e non innamorata.

– Di il vero.

– Che lei si sarebbe dovuto tatuare finocchio in fronte. Per non ingannare la gente.

– Maledetta cavalla. Prima di arrischiarsi a dire qualcosa, avrebbe dovuto imparare ad usare il labbro superiore per spazzare il pelo dell’acqua.

Il maestro Fiacco mosse le zampe, e svitò un tappo. Bevve un sorso e passò il testimone all’altro. Il quale, lento da fare invidia a una tartaruga, me lo offrì come se da scolare ci fosse il suo stesso sangue.

– Un sorsetto?

Presi la borraccia e la guardai meditabondo. Mi parve di vederne una per la prima volta. L’accostai alle labbra e tracannai per tre, generose, ore.

– Grazie Tartaruga. – Dissi a lui. – É veramente uno schifo.

– Scommetto che se ti fosse piaciuta l’avresti sputata subito.

Bevetti un altro po’ prima di restituire il Santo Gral dicendo, – Sissignortartaruga!

– É un intruglio genuino che ho preparato io in concordanza col cielo sotto una data costellazione.

– Di?

– Andromeda.

– No, di cosa è fatto?

– Succhi di fiori, vapori di erbe e pelo pubico.

– Una vera merda quindi.

– Ehi. É roba che ti costerebbe un miliardo se andassi a comprartela tu in negozio.

– E sospetto che non troverei niente con il tocco magico dei peli pubici. Esatto?

– Esatto.

Lui per l’urbanità che sostituisce la cordialità non si astenne dal pulire la borraccia con la mano. Prima di bere a sua volta.

Poi si accoccolò, e la appoggiò ritta per terra. Le sue mani cercarono un punto su cui imprimere il proprio peso da seduto. Spazzò via delle foglie da un quadratino di terra e ne separò le polveri. E disegnò quadrati e angoli retti. – E’ meglio che non mi metto giù. – Osservò.

– Non cedere. – Disse il prof. – Resta in piedi che poi non ce la fai a tirarti fino a casa.

– Pensa per te. – Replicò Tartaruga. Poi, rivolgendosi a me, disse. – Dal giorno che ha deciso di iscriversi alla Milano City Marathon non ha fatto altro che meditare.

– Preparare lo spirito, ad una certa età …

– Come la tua. – Disse Tartaruga.

– É fondamentale.

– Sì, ma non così tanto se il principio di vigore poi lo molli da solo o con un paio di gambe incapaci di sollevarti le chiappe più in alto dell’ombelico. E infatti guardati qui che sei conciato uno schifo.

– In effetti non sono più così sicuro della preparazione, e nemmeno di tante altre cose spirituali. Come lo ero prima.

Il prof si raddrizzò a sedere più composto.

La sua testa s’infilò nella tasca anteriore della vergogna e dallo zainetto ne trasse un energetico da masticare. Lo tastò scrupolosamente con le dita, ne strappò un angoletto coi denti e se lo cacciò tra mascella e budella. Quando porse la barretta al compagno l’altro fece segno di no.

Ma il rifiuto si trasformò in panico perché il prof fece l’offerta mentre si stava strozzando. E quel braccio allungato in realtà era una richiesta d’aiuto.

Tartaruga girò intorno al prof e gli si appiccicò addosso come una toppa da bicicletta ad un frigo traballante e lo aiutò a sputare fuori tutto. Umor nero compreso. Uscito il quale venne fuori anche il dente d’aglio che voleva ammazzarlo.

Poi tutto tornò alla normalità.

E con tutto quel movimento, notai che a Tartaruga si mosse qualcosa di enorme sotto i calzoncini. Tanto che sarebbe stato un pugno in un occhio anche se lo avessi visto a un chilometro di distanza.

– Cos’hai lì, – Chiesi senza pensare. – un pitone?

Lui lo afferrò e col ramo che aveva preso in mano disse. – Sì e bada che P.J. morde.

– P.J.?

– Pitone Junior. É caduto dal cielo e mi è finito proprio in mezzo alle gambe. Quando si dice la fortuna. E pensa, è successo che ancora non ci pensavo al giorno in cui ci avrei giocato col mio fidanzatino.

Guardai il prof, lui annuì lentamente. – Vero. É tanto cretino. Ma di più io per volere quel pitone lì. E prima o poi lo perderò, perchè il difficile è tenerlo. Un bel giorno taglierà la corda, se ne tornerà dall’altra parte. E come se non bastasse, sentirò pure la mancanza di quel cervello cavo.

– Adoro quando parla così bene di me. – Fece l’altro. – Il fatto è che non mi accontentavo più della vagina bell’e fatta che avevo a portata di mano. Continuavo a tenerla vicina, finché non me la sono vista andare in pezzi. Non assicuro che lo spirito etero non sia più in me. Ma non mi è rimasto molto da praticare con quello. E lui ha paura che prima o poi ci ricasco, e torno da quelle parti. Che bisogno ne ho? Nessuno, gli dico io. Ma il babbeo non lo vuole capire. Piuttosto sento che mi è venuta la vocazione di trascinare le folle dietro a me. Dove guidarle però non lo dico.

– Posso dire una cosa parlando così in generale? – Fece il prof.

– Certo.

– Proprio rassicurante il tuo discorso. E comunque quel cambiamento repentino è una cosa che io non mi spiego. Non pretendo che tutti abbiano le idee chiare fin dal principio, ma non voglio nemmeno essere io quello che passa per strano se sento puzza di bruciato.

Tartaruga con un pitone in mezzo alle gambe si accomodò alla turca e spianò un nuovo quadratino per disegnarci su i suoi pensieri col fuscello.

Un cane da pastore arrivò trotterellando sulla strada, a testa bassa, lingua penzoloni e sgocciolante. Ansimava penosamente.

Lo chiamai con un fischio, ma il rantolo che ne uscì non limitò l’andatura del cane ed io voltai la testa per vederlo passare.

– Quello sa dove vuole andare. – Spiegò il prof a Tartaruga con un pitone in mezzo alle gambe. Quasi risentito.

– Sai dove vuole andare? – Chiese l’altro.

– A casa, – Azzardai io. – forse.

– Ci puoi scommettere che è proprio così. – Fece ancora il prof. – Io non l’ho mai saputo dov’è che voglio andare. Bene come ora. – Appoggiò una mano piatta sul pavimento. – Allora? – Domandò a Tartaruga con un pitone in mezzo alle gambe che lo stava fissando.

E Tartaruga disse. – Vuoi dire che si parte, babbeo?

– Per forza. – Rispose il prof Babbeo.

Tartaruga con un pitone in mezzo alle gambe. – Quando?

– Beh, inutile aspettare, si potrebbe anche adesso.

– Prima?

– Con calma, moglie. Mica devi credere che io non voglio andare via di qua.

Tartaruga con un pitone in mezzo alle gambe, nonché la moglie, prendendo la mano piatta dal pavimento annunciò decisa con sarcasmo. – Allora si parte, prima di ‘sta notte se ci riusciamo.

Il prof Babbeo sbuffò. – Sembra che la tempistica sia cambiata. – Una volta era il maschio a decidere quello che andava fatto. Adesso sembra che devono dirlo le mogli. Sarebbe ora che i mariti passassero agli sculaccioni.

Tartaruga con un pollo in mezzo alle gambe nonché la moglie posò la mano del prof Babbeo sul braccio e disse sorridendo. – Sì sì, prendi anche un battipanni se vuoi. Ma finché non ti saprai alzare per conto tuo, e le forze per rincorrermi da solo, giuro che non avrai modo di usare nemmeno quello.

Il prof Babbeo ghignò, imbarazzato. – Belle cose da dire davanti al ragazzo.

– Sei tu che stavi pensando di mettergli la bistecca nel culo. Mica io. É poi si vede che non è più un ragazzo da almeno dieci anni.

Il prof Babbeo si alzò disgustato, e si allontanò al passo di zio Ottavio.

Senza smettere di levare le tende, Tartaruga con un pollo in mezzo alle gambe nonché la moglie lo osservò allontanarsi e disse con soddisfazione. – E’ furibondo. Se l’è svignata perché se no andava a finire in rissa.

– Lo provochi apposta? – Feci io.

– Certo. Preferisco la sua collera, all’indolenza. Vedrai ora come si darà da fare a casa. Abbiamo una libreria intera da dividere. Più di mille volumi. Ci stiamo separando.

Mi alzai. – Vado a fare due passi. – Dissi.

– Tom, faresti meglio a dare un’occhiata al camion.

Mi guardai le parti basse. Qualcosa di fuori posto c’era.

– Che fai osservi?

– Parli tu? – Domandò ancora lui con gli occhi che erano tornati dai loro erotici furti. – No, te l’ho mangiato con gli occhi. Ma non ti preoccupare che te l’ho lasciato intero.

– Speriamo. Se non lo è, avrò parecchio da fare per ricostruirlo.

E mi allontanai rapidamente.

Lui urlò. – Tesoro. Tu non ce l’hai la culite caro. Non ti devi preoccupare.

– Non farai arrabbiare anche me.

– Con te non c’è bisogno.

Mi sentii punto sul vivo. – Credi?

Lei scosse la testa. – C’è della gente che resta sempre se stessa e nient’altro. Tu sei un bamboccio che ha solo le ragazze per la testa. Non come me.

Tartaruga con un pollo in mezzo alle gambe nonché la moglie si girò lenta e laboriosa. Io ripresi il cammino a passo più svelto strascicando un po’ meno i calcagni a breve distanza.

Guardai davanti a me, e vidi che gli abbracci d’ombra si erano ristretti. Lì dentro ci stavano persone da sole, molte delle quali davano peso agli orologi da polso. Come se non si dessero pace per essere arrivati tardi ad un appuntamento.

A proposito di appuntamento, mi ricordai che anche io ne avevo uno con gli altri e, forse, la birra per arrivare fino alla partenza adesso ce l’avevo.

A ripensarci, mai avrei creduto che una storia così strana, piena di tutto un caso vero della vita, potessi cominciarla con una schifezza da circo del linguaggio. Un lavoro che ormai non farebbero neanche i sedicenni. Ma è proprio così che è andata.

E se non dispiace, ci voglio riprovare.

Nel quarto d’opera in cui gocciolarono elefanti dalla mia fronte, scoprii che non ci voleva nulla a buscare un accidente come Tom Cruise. Ma a differenza di Cruise, che la sua staffetta l’aveva corsa in pieno sole, a me era capitato nella pancia di una frigoconservazione, con i denti che sbattevano a ritmo quasi allegro, e l’atmosfera grigia e umida si era fatta avanti come pioggia.

Alla partenza c’era uno spettacolo orrendo di volti cadavere, ma il riscaldamento sul posto rendeva tenaci, e ronzava tenendoci al calduccio.

Be’, signori, dispiace dirlo ma io non sono un uomo socialmente impegnato.

Di tanto in tanto mi chiedevo cosa ci facessi lì.

A me piace uscire dall’inferno lavorativo e andare a curiosare tra la gente. E certe volte, se ho qualche soldo in più, finisco addirittura per comprare un pompino. Magari da Miss Mary Shelley, se la trovo libera a casa sua. Sono un grande appassionato del gotico, mentre a Mary Shelley piace la musica melodica. É di Napoli lei. E le mie serate brillanti passano con Miss Mary Shelley che canta e poi devo schiacciare il naso che pippa.

Ma erano anni che avevo in mente di scegliere qualcuno di davvero sfortunato a cui mettere tutta la merda in un sacco e sbatterla via. Se ne avessi trovato il tempo. Così un giorno, tramite un’amica della mia fidanzata, era saltata fuori la questione di un orfanotrofio in Bolivia al quale mancava il tetto.

Ci volevano parecchi soldi per sistemarlo, e quando li chiesero anche a me, gli dissi dov’era che potevano andarseli a prendere. Ma evidentemente non devo essere stato tanto convincente nel mandarceli. Con me cesso, intendo.

Valutai le opzioni possibili e quando mi sembrava che potevo vivere senza questo scopo nella vita, finii per essere iscritto alla M.C.M.. Con una scritta grossa e un scritta piccola sulla maglietta.

Oggi è la prima volta che sento parlare il me lesso di quegli orfani.

E di quelli della madre grassa che ha avuto due figli, e ciò che si meritava. Finendo in carcere. Così come le sue complici. Tutta gente fuori di testa allo stesso modo.

La legge però non aveva soddisfatto fino in fondo i bambini. I quali, anche sapendo che era stata lei a uccidere l’organizzatore di certe loro sfilate lungo le strade della città, l’avrebbero voluta indietro comunque. Pure quando scoprirono che costui, in qualche modo era collegato alla loro nascita.

Certo che se potessi fare quello che voglio, il tetto di cui hanno bisogno lo costruirei con loro sotto. Che stanno a guardare. E farei tanto altro con le mie stesse mani. Specialmente se si tratta dei più piccoli. Ma anche a me la pagnotta non me la regala nessuno e devo starmene qui a sgobbare.

A fare fatica.

Anche la fatica di correre la Relay.

Fatica che, per qualcuno, aveva avuto l’effetto di adagiare il cerebro in quel lieve ebetismo che non è in grado di garantire il funzionamento corretto dell’intelligenza. E un Puzzamerda e un Pallasecca si sono presi a pugni. Ad uno dei cambi.

Avrebbero dovuto smetterla di giudicarsi. Smetterla di essere ingiusti. E dovevano affrontare il vero motivo per cui erano così tesi: non erano in Florida e avrebbero provato la vecchia sensazione del freddo.

E faceva freddo, ma a loro il freddo non piaceva.

In certe situazioni anche una lampadina può sentirsi importante, e gli illuminati si sono detti cose del tipo – non sai chi sono io -, e poi sono saliti in bigoncia per spiegare all’altro come si sta al mondo.

Uno dei due Dante, travestito da fisico nucleare, si era voltato e l’altro, che si stava sporgendo da una parte, non guardava soltanto, ma aveva cercato un punto sulle spalle. Mirando nella stessa direzione, tra una mosca schiacciata e l’altra, era venuto fuori quanto fossero indolenziti. Ma una volta sgranchite per bene le gambe alla bocca, era già decisa la via delle mani.

Anche così, forse non è il massimo.

Ma ho già in mente come anagrammare un altro incipit.

Nel quarto d’opera in cui gocciolarono elefanti dalla mia fronte, me stesso l’ottimista scoprì che non ci voleva nulla a rimanere quasi stecchito come Dorando Pietri. Con il cuore che smanacciava per far saltare in aria le coronarie.

E qui mi fermo.

Ho giocato con le lettere di quel nome, Dorando Pietri, e sono venute fuori due frasi.

Nadir podio tre – Non saprei dire cosa c’entra il tre ma che il nadir sia a sud dello zenit, nella zona d’ombra, mi pare lo sappiano tutti. Vado a ruota libera, metaforicamente parlando è dove m’immagino che Pietri sia finito per il benevolo e incolpevole aiuto dei giudici di gara. E mi piace pensare che Conan Doyle è da lì che lo abbia tirato fuori.

E su – Dopare dirti no – cos’altro bisogna aggiungere?

Qui, era il pettorale 1325/1. – Passo e chiudo.

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