[ULTRABERICUS] Spille da balia


“Mi piacciono le realtà, anche. Circa l’incremento delle verità, devo pensarci.”
Mel O’Zuccone

Questo racconto è solo una delle quasi mille piropoiesi possibili.
É dedicato con amore alla mia compagna Simona
e grande rispetto per gli organizzatori della Ultrabericus,
ma più in generale per i volontari sottopagati.
(Era un ossimoro nel caso non si fosse capito)

Doverosi ringraziamenti vanno a tutti gli amici che mi hanno seguito e incoraggiato. E naturalmente un sacco di meriti vanno attribuiti al sottoscritto che prima di scrivere si è smazzato l’intero percorso, e per tutto quanto il tempo.
Vorrei sottolineare che, benché l’esperienza si sia svolta grazie alla mia carcassa natale, mi assumo la responsabilità dei commenti tanto positivi quanto negativi su di essa. Avverto inoltre che alcune scene sono brutalmente rubate dalla mia immaginazione, mi serviva altro.

Fare attenzione. Quando avrò finito verrà una tentazione che ciao, se ti prende non la fermi più.

Un giorno, d’improvviso, uno si sveglia felice come un bracco che si rotola nella cacca, più rigido delle sue convinzioni a vent’anni; passa la mattinata sdraiato e si sente le gambe come se fossero quelle di un altro, appoggiate sopra il letto come potrebbero esserlo sul tappeto di un fachiro, e per ultima cosa, prima di addormentarsi, a parte una cena meravigliosa, gli è successo di aver finito un trail.
Parlerò di questo. Di una specialità della corsa che si svolge a piedi e su sentieri in natura, come parlerò di chiodi nelle gambe, di unghie che saltano e piaghe ai piedi, lacrime, e la fiducia nelle parole di mamma che vacilla. Il genere di cose che ti capitano quando porti il culo – Un passo fuori dall’asfalto, due passi oltre la maratona – per dirla alla Ultrabericus. E alla fine farai fatica a credere che sei arrivato fino in fondo con il tuo vecchio rottame, ma soprattutto che potrà perdonarti tanto facilmente. Ciao.
Fa male. Fa un male cane.
Fossi nato tasso, l’habitat forestale sarebbe stato il mio pane quotidiano. Forse avrei cambiato l’acqua al merlo in pubblico lo stesso, sotto lo sguardo di altri animali con la vescica ripida. Ma non avrei bramato un traguardo, e non mi sarei detto tante stronzate di auto-aiuto del tipo “vai-e-vai”. Sarei nato con unghie forti, il corpo robusto, chiaro sul dorso e le due strisce nere ai lati del muso non sarebbero state fenomenologie di un lunghissimo calvario, ma avrebbero svolto un ruolo nel fare la corte alle code più bianche. Insomma, come tasso, non avrei avuto certe tentazioni di grazia. Nè da estinguere con l’eleganza della metafora, nè facendo di me una bella poltiglia.
É che non sono il tipo giusto come atleta. Nemmeno come umano. Ho un carattere di merda, peggiore anche del tasso che sa come essere sociale.
Ma almeno, adesso ce l’ho.
L’Ultrabericus è stata la mia prima volta. E non è che mi aspettassi che fosse tutto rose e fiori, e che mi sarei arrampicato sudando perle e scoreggiando boccioli di pesca. Ciao. Come non mi aspettavo che dei “bravo” sentiti lungo il percorso potessero fare tanto allo spirito o l’emozione per mani affamate di noi che, all’arrivo, abbiamo trovato incitare le nostre anime in disordine. Ma, d’altra parte, mentirei se dicessi che avevo immaginato qualcosa di simile a una Via Crucis come quella.
La sera precedente, poco dopo essere partiti da Milano, le cose non cominciarono di gran carriera. Eravamo io e la mia compagna Simona, ci eravamo appena sistemati in macchina, quando ci piomba addosso questa notizia, come una cacca di balena scaraventata giù da un piccione della stessa stazza. Enne quintali di generica roba del menga si sono rovesciate da un camion, e la circolazione autostradale sulla Torino-Venezia-Lione-New York se ne era andata a rotoli.
Arrivo a Vicenza? Più tardi del previsto.
Possibilità di ritirare il pacco gara? Zero o quasi.
E quando pensavo che sarei andato in autocombustione trasformando tutto quanto in cenere, ho virato verso un altro versante della città dove contavo di sparire dalla circolazione sbagliata. E invece no. La merda che ci siamo lasciati dietro le spalle era uguale a quella che abbiamo trovato nel sacco in cui ci siamo infilati un’altra volta.
– Coraggio, mi disse Edi, – potrebbe andare peggio. Edilio è l’alter ego col quale faccio discorsi di filosofia applicata alle cosce.
– Certo. Come diceva Aigor: potrebbe piovere. E come sa il mio amico Landy, le rane sono peggio delle gocce.
Ignari che le nostre gambe, un giorno non troppo lontano, si sarebbero staccate dal bidone sopra-stante e sarebbero state sostitute da bottiglie di latte in cartone, ce ne stavamo in mezzo a tutta quell’immondizia e guardavamo dall’altra parte del parabrezza.
Non voglio farla più brutta del necessario, sul viaggio.
Eravamo circondati da un gruppo così denso di macchine che era come pretendere di guidare una macchina dentro un autosalone, con una manciata di venditori corrosivi fuori dal finestrino. Ciao. Una situazione che mi rese una brutta persona, più brutta del parcheggio di quell’autosalone. E non dimenticherò mai cosa mi è venuto di rivolgere ad una macchina che era riuscita a passarmi davanti. Ho infilato un braccio dentro l’universo degli insulti e, a girarlo su se stesso alla cow-boy, quasi mi si è liquefatto da capo a piedi.
Che in altre parole significa, al peggio non c’è mai fine. Anche quando ci sei tu nel punto più basso, che hai perso la ragione.
L’umore quindi era pessimo.
Ciò nonostante però il sogno era ancora illuminato bene. Sebbene la luce proveniva da proiettori la cui fonte di energia elettrica era molto artificiale.
Se c’era una cometa sopra le nostre teste, ancora non aveva decise di cambiare direzione. Dopo un’ora le cose si erano messe anche peggio, non confidavo più nemmeno che al B&B saremmo arrivati ad un orario decente.
Non avevamo niente da mangiare, a parte della carne se io e Simona ci fossimo sbranati a vicenda, che però avrebbe fatto schifo anche cotta sui bocchettoni del riscaldamento. E dato che, dei miei piani, due su due erano andati fuori dai binari, a causa dello scarso controllo che il genere umano ha sull’Universo mondo, sono stato colpito da uno strano lampo di genio che mi ha fuso con l’idea di non prendermela e rilassarmi; la stessa cosa che era successa anche a Simona. In un baleno non aveva più niente della creatura attiva, era diventata dormiente.
Buonanotte.
Non avevo confidato di riposare nella pace della sua assenza, ma avendo prelevato la Regina del Popcorn dall’ufficio, dove la sua illimitata riserva di mais si era esaurita per tenere a bada folle di gente affamata, piccola contraddizione in termini, forse mi sarei dovuto accontentare di sentirne il respiro. E se si fosse svegliata, Edi ed io eravamo ben consapevoli che avremmo dovuto trovarle un pasto decente, a costo della nostra stessa vita. Altrimenti, la Regina del Popcorn, che in quel momento credevamo fosse morta, ci avrebbe fatti saltare per aria come il culo di un autobus quando gli esplode sotto una bomba.
Ad un certo punto la situazione si è sbloccata e la realtà si è comportata meglio del pessimismo. Una volta a Vicenza la Regina del Popcorn mi ha aspettato in macchina fino a quando sono tornato con una sottile busta colma di quei chiodi che ben presto si sarebbero piantati nella schiena, nelle gambe e nei piedi. Crocifiggersi in un trail non è mica come camminare con una scheggia nel palmo, e suppongo che questo sia un altro genere di motocontraddizione, oltre che non dovrei lamentarmi.
É che non sono il tipo giusto come atleta. Nemmeno come umano. E ho un carattere di merda, peggiore anche del tasso che sa come essere sociale.
Ma almeno, adesso ce l’ho.
Dopo di che siamo filati al B&B. Trovarlo, per fortuna, era andato meglio del viaggio. E una volta lì, abbiamo trovato una signora molto gentile che ci aveva aspettati con le mandorle nello sguardo.
Spero che lei non me ne vorrà, su questi dettagli devo tagliare.
Diciamo anche qui che quella sera non saremmo rimasti alzati fino a tardi, tanto più che la testa di Simona continuava a pesare sulle sue spalle come una pigna. Stanca, spossata o tutte e due le cose insieme, la mia Regina non se la cavava tanto bene. Ci voleva qualcosa che la tirasse su. Buongustaia com’è, speravo si sarebbe rifatta la sera successiva a cena, Agli Schioppi. Per quella cena invece, ci siamo arrangiati come c’è capitato, con la pizza. Che era buona ma, per dirla tutta, se avessimo avuto un coltello durante il viaggio, avremmo buttato giù anche il rivestimento dei sedili.
Tornati al B&B, la mia testa voleva che mi sistemassi di già per la partenza. E se le avessi dato retta, dopo aver perso mezz’ora a capire come mettere la fascia donata dall’organizzazione, sarei rimasto ad aspettare per undici ore con il pettorale in mano. Che non sapevo se m’incutesse più timore guardandone il numero sul dritto o al rovescio, per via di avvertenze davvero minacciose.
E mentre ero lì che sistemavo le mie cose, l’amico Edi avverte la mancanza di qualcosa. – Le spille da balia dove sono? – Mi ha chiesto lui.
– Boh!
Ed è qui che comincia questa storia di spille da balia mancati e una promessa fatta a me stesso per tenermi insieme fino al traguardo.
– Diavolo, – ho detto ancora io, – devono esserci delle spille da qualche parte.
– Ho sempre avuto un debole per il lieto fine quindi credo che le troverai.
Una volta credevo in Dio, poi nella gastronomia e ultimamente non ho molto altro su cui contare se non nelle mie idee e gambe. Perciò, non avendo trovato le spille, il sostituto migliore che potessi dare in pasto alla mia ansia è stato un finale di corsa. Per il rischio di non vederlo realizzato nella vita reale.
Avevo già dovuto usare questo genere di arti marziali della mente, per difendermi da gente che non mi voleva, non mi sono mai fatto spiegare bene il perchè dai miei, ma alla fine sono riuscito a farmeli scendere dagli zebedei lo stesso, proprio con quello che io chiamo il Judo della mente. Che col tempo ho imparato ad usare anche per fare qualcosa di buono nella vita.
Suppongo lo si possa definire uno scambio equo.
Sia come sia, fosse anche soltanto il toccarmi il naso alla fine di una corsa o all’arrivo di uno scritto, ora so sempre cosa farò se riesco a raggiungere un obbiettivo. L’importante è deciderlo prima. E questa volta, d’istinto mi ero detto che se avessi appoggiato il ginocchio in terra, senza l’aiuto delle mani, allora avrei avuto le energie per farne un altro, di trail. E ho espresso due desideri che non si ottengono stando in piedi.
Ore 06:00 sveglio.
Ore 08:00 sveglia. Intesa sia come drin drin che come Simona.
Dovevo darmi una calmata, concentrarmi su qualcosa, pensando alla situazione in cui ero non ero andato abbastanza sul concreto. Dovevo decidere quali sono le tre cose più importanti nella mia vita. I figli. No. Per ora ho una cagna. Anche piuttosto decrepita. Il lavoro. Nemmeno. Dovendo andare all’osso, che mi rimane? Mi rimane la Regina del Popcorn.
A colazione, Simona aveva gli occhi chiusi. Ha fatto alcuni respiri profondi e sembrava intontita. Fosse stato per lei avrebbe continuato a dormire su una puntina da disegno pur di non svegliarsi quella mattina. Non aveva chiesto di essere riportata a casa, ma non diceva un sacco di cose. E questo mi aveva fatto preoccupare un po’. Era come se tutte le sue terminazioni nervose, i muscoli e le vene fossero stati rimossi e sostituiti con un filo elettrico incandescente. A ogni movimento aveva la sensazione che le scosse lacerassero la sua carne dall’interno.
Che buffo, come mi sono sentito io alla fine della corsa.
Ore 09:00 piazza dei Signori.
Il contesto non era male.
Già con quello, tirare tardi sarebbe stato facile. Se eri anche alla ricerca di spille da balia, come lo ero io, attardarsi si faceva banale. Non molti minuti dopo, a venirmi in aiuto, era venuto un tipo che io chiamerò l’Urlatore. Una specie di voce amica che era intenzionata a mangiarci vivi se non avessimo mosso le chiappe in tempo per la punzonatura. E per quel che, almeno apparentemente, riguardava soltanto me che c’avevo ancora ‘sto cazzo di pettorale in mano, era il tipo di mano che andavo cercando.
Guardandosi in giro, di negozi che le vendessero, non se ne vedevano. In compenso m’ero perso via con le due colonne di Cristo Redentore e del Leone di Venezia. Con uno sforzo della pupilla applicata ai libri si sarebbe potuto sapere che una era arrivata in ritardo rispetto all’altra, ma riscontrarlo ad occhio nudo, non era facile come leggerlo. Per quanto fossero di due secoli differenti, per me erano appaiate.
Sotto la torre invece, che oltre alle ore indicava ai marziani dove sbattere le astronavi, c’era un edificio con una volta e dell’erba che ci cresceva piatta nel mezzo. Così poco appuntita che, sul dipinto di Monet, sembrava essere rimasta schiacciata per chissà quanto tempo.
Più giù ancora, al piano terra, Simona lo stava guardando estasiata. Per meglio dire, vedeva l’anticipazione dell’originale che si sarebbe goduta più tardi alla mostra Verso Monet, in compagnia di Toni Fontana, detto Al Cazzone.
Al è anche amico mio, ma non si può mai giurare con queste cose, e con un soprannome come il suo, pareva scritto sulla pietra che un salto in chiesa, a pregare, forse non lo avrebbero fatto.
Ingelosito, o più patetico meglio, avevo promesso a Simona che l’avrei fatta partecipare all’orrore di una cronaca più municipale che cosmopolita. D’altronde, l’sms non è propriamente uno strumento capace di tessere trame da epopea, e con la fantasia che mi sarei ritrovato in assenza d’ossigeno al cervello, sapevo che al massimo sarei riuscito a inviarle messaggi di lunghezza inversamente proporzionale alla disperazione. E così è stato.
Ed è stato più o meno così, se ricordo male fa lo stesso, che l’Urlatore ci è apparso davanti. Costui era un girovago. Moro di testa e magro da Costituzione americana, pareva un corridore in pista da una vita, ma non aveva una cera così fresca. E se fosse andato avanti in quel modo un altro po’, a camminare, nel giro di venti minuti non gli sarebbero rimaste abbastanza suole per il resto della giornata.
Il tempo passava, e io ero ancora con il pettorale tra le balle. Costui, Urlatore, con la sua voce aveva invitato gli ultimi burlini, i corridori, a raggiungere l’ingresso del recinto. Quando poi la mandria aveva borbottato e chiacchierato abbastanza, al via, ci ha spediti tutti fuori di lì.
All’inizio le cose sembrava che andassero benone.
Con tanta gente intorno che uno non poteva grattarsi il culo senza dare una gomitata al vicino, il fatto che nessuno avesse intenzione di controllarsi le emorroidi non era poco. Immagino che avrei dovuto sentirmi pure contento. Ma dopo meno di un paio di chilometri, Edi ed io ci siamo accorti che l’asfalto della strada saliva su per la gobba di Atlante ed era pieno di crepe, e l’erba ci cresceva in mezzo, e che da un lato c’era una giungla rigogliosa di colonne piantate in terra con un angolo di 45°. O forse eravamo noi piegati. Ciao. Non so.
Comunque, tutte prove che, andando avanti, le cose non sarebbero migliorate.
Non molti secoli dopo aver finito con l’asfalto, eravamo in una splendida zona agricola fuori mano, con tanto di quel Monet intorno a noi che della mostra non me ne sbatteva una mazza e per un secondo ho pensato di essere finito in mezzo ad un happening di frikkettoni fine anni sessanta. Che a differenza dei #parecchiosmarriti di una volta, questi avevano un portafogli molto più gonfio, un fiato decisamente più lungo e la cartina esistenziale tatuata sul corpo ce l’hanno più dettagliata delle ancore che una volta si disegnavano con la precisione di un capezzolo.
Ciò detto, avevo accumulato altri pezzi di verde nelle gambe e negli occhi, e schiene più o meno dritte che in alcuni casi mi era riuscito di ritrovare più avanti nel tragitto.
Presa una sigaretta, l’ho portata alla bocca, l’ho accesa e ho dato una lunga boccata. Con Edi ci siamo messi a raccontarcela un po’ su, sopra una società credulona e ubriaca di qualunque cosa. Ciao. Lui si è incazzato subito e le ha dato fuoco con un fiammifero che dopo meno di niente aveva cremato la maggior parte di Sue Ellen. Le cui ceneri non sono rimaste nell’aria, ma ce le siamo messe in tasca. Su questo il regolamento parlava chiaro. Chi veniva beccato a lasciare in giro rifiuti si sarebbe guadagnato l’eliminazione.
Ma non è per questo che non abbiamo lasciato che si spargessero in giro. Sporcare ci pareva brutto e basta.
Comunque, nel primo tratto di strada non abbiamo chiacchierato più. Quando Edilio si mette a fare il drasticone non mi piace. Confidavo che si sarebbe calmato più avanti. Come quando ci alleniamo e le cose vengono fuori insieme alla stanchezza. In un modo simile a come funzionano i sogni, credo. Che se è vero che sono la merda di una giornata sbattuta nel frullatore della mente, rimane pur sempre il meccanismo col quale il cervello mette una protezione al sonno. Anche il dolore, in un certo senso, si addormenta se ci si mette al suo orecchio a parlargli.
Dimenticavo di dire una cosa tecnica, parlando di dormire, stavamo correndo al buio, senza il cronometro. Tant’è che la sera della preparazione, avevo preso il cartellino che sarebbe dovuto servire per lasciare in custodia lo zaino, dagli organizzatori, e sopra ci avevo trascritto gli orari d’arrivo alle stazioni di ristoro.
Previsioni che nell’insieme dovevano coprire il totale del rapporto che volevamo col tempo.
Senza quasi accorgerci, siamo arrivati al primo rifornimento.
Orario previsto da me 11:23, ora effettiva 11:13.
Riempio la camel bag, sbaglio i movimenti, me la rovescio addosso e così com’era, mezza vuota, la spingo nello zaino. Che tento di infilarmi sulle spalle senza successo. Mi era finito il porta bacchette in mezzo ai coglioni. Così ho dovuto fermarmi, ho litigato col mondo non meno che con il porta bacchette, che ho sistemato, ho nuovamente indossato lo zaino e finalmente siamo ripartiti.
Dopo che una gentile signorina aveva fermato una macchina per farmi attraversare la strada. Ciao.
Testo del mio SMS: Primo passato
Senza punto
Dopo l’invio, c’era Edi che mi guardava malissimo. Avrebbe voluto lanciafiammarmi o quanto meno farmi quello che aveva fatto a Sue Ellen col cerino. Capivo, ma mi sambrava un po’ esagerato.
Era arrivato un SMS, avrei scommesso su Simona.
Ma lo avrei scoperto più tardi.
In quel momento stavo ripensando a quanti movimenti inutili, e sbagliati, avevano fatto le mie mani. Che sarebbe stato giusto mozzare soltanto per come la catena alimentare non funziona quando si applica il suo principio anche in altri scenari. E non volendo rischiare nemmeno di essere ucciso da Edi, almeno non prima di vedere la nascita di un figlio, ho spillato insieme una sequenza di gesti. E dopo averla fissata bene in mente, l’ho provato e riprovato più volte.
Completata l’operazione mentale, ho appiattito la schiena contro un immaginario muro alle mie spalle, nel tentativo di togliere i chiodi che mi si erano piantati nelle reni, e di riconoscere sensazioni migliori dal fastidio che mi davano. La sofferenza era passata da un pizzicore subdolo a dolore sfacciato. E se ancora non era uscito totalmente allo scoperto, attraversando tutto il corpo con una reazione a catena, temevo fosse il prologo di una detonazione di quelle che originano nuove galassie.
Meglio non pensarci. O pensare all’origine della parola: Bericus.
Non lo sapevo, lo chiesi a Edi. Lui ne aveva la stessa idea che ho io di come funziona l’algritmo di google. Nessuna. E mentre ci si spremeva un cervello in due, vagolando erroneamente sopra Iberico, siamo finiti in un bosco la cui ratio geografica diceva di aspettarsi un Tirannosauro che ci avrebbe guardati con disprezzo. Ciao. Anche se saremmo dimagriti alla dimensione di un cavo, nel trovarcelo davanti, sarebbe stato molto eccitante incrociarne uno. Eccitante per non dire porno, anche se per quel poco tempo che ci sarebbe rimasto da vivere.
Di fatto, il gioco erotico con la storia era finito lì. Non era comparso niente di tutto ciò.
E anche nel secondo tratto di strada stava per finire che avremmo parlato poco.
Dovevamo stare entrambi con gli occhi aperti, non tanto per i dinosauri, ma per guardare bene dove mettere i piedi. Ogni tanto ci era capitato di averne appoggiato uno in un posto di merda e a momenti eravamo finiti lunghi e distesi. Il rischio peggiore lo abbiamo corso per colpa di una radice che aveva messo il naso fuori dalla terra. Quasi mi aveva agganciato alla caviglia, proprio là dove mi finiva la scarpa di colore giallo pugno in un occhio, che mi sembrava di aver sentito io.
Altre volte invece, il passo, e la santità, avevano momentaneamente interrotto la loro corsa sbattendo contro la dura realtà di un sasso.
Ciò nonostante, si veniva giù che era una meraviglia.
Mi sentivo bene, e un perfetto imbecille come me, con zero esperienza sulle spalle, cos’altro avrebbe potuto fare se non approfittare delle discese per correre più veloce del vento? Tanto da essermi preso per deficiente da solo. Di tutti quelli che ho superato, chi l’avesse pensato, sappia che ha avuto ragione. In meno del tempo necessario a mettere in cinta una ragazza quando hai meno di vent’anni ed è la prima volta che si scopa, mi sono scoppiati gli addominali alti. E più avanti nel tragitto, all’altezza del terzo tratto, me la sarei dovuta vedere col dito della tendinite poplitea infiliato su per il culo. Ciao.
Secondo ristoro.
Si parlava di carattere di merda qualche riga fa, giusto?
Ecco durante il rifornimento ho avuto un momento di insofferenza verso un mio simile che stava per mandarmi a puttane la sequenza di movimenti. Quella che avevo pianificato con tanta meticolosità, onde evitare che Edi mi facesse fuori sul serio. E che nella mia presunzione avrebbe dovuto far impallidire anche i meccanici del cambio gomme in Formula 1.
Scanso il personaggio, mi carico l’acqua sulle spalle con decisamente più successo della volta precedente, e finalmente riparto soddisfatto.
Fermo le macchine e torno indietro di due passi, – Che ore sono? – chiedo a una volontaria.
– 12:28, – mi ha risposto.
Orario previsto da me 12:38.
Kilian Jornet i Burgada, fatti trovare pronto da qualche parte perchè voglio farti il mazzo!
Vado.
Lettura del primo SMS di Simona: Vaiiiiii carichissimooooooo
Mio SMS: Secondo passato
É che non sono il tipo giusto come atleta. Nemmeno come umano. E ho un carattere di merda, peggiore del tasso che sa come essere sociale.
Ma almeno, adesso ce l’ho.
Nei chilometri precedenti, la tendinite poplitea aveva già iniziato a mandare segnali poco incoraggianti.
Simona SMS.
Altro SMS.
– Chi cazzo ti sta cercando, – mi dice Edi, – che non ti scrive mai nessuno?
– Che cazzo me lo chiedi a fare se sai tanto non lo sapremo fino al prossimo ristoro successivo?
Chiusa lì.
Al trentesimo chilometro, o quello che era, come ho già detto non avevo modo di verificarlo con precisione, se Edilio se ne stava in silenzio non c’entrava niente il rischio di prendere una storta. Ero io che lo condizionavo meditando di ritirarmi.
Chi corre sa benissimo di cosa si tratta quando ti ritrovi con un ginocchio bloccato tra i 15 e i 30 gradi. E con un dolore che ti colpisce ai maroni più che dove è andato a sbattere. Personalmente ne sapevo già qualcosa.
La situazione era disastrosa. Non solo avevo perso il passo, ma il muso era accartocciato per buona parte delle discese e le balle erano ruotate con un raggio tale da far capire a un continente di distanza che il tendine era partito. E d’altronde non mi pesava l’aver speso soltanto tre mesi di tempo per la preparazione e l’aver tirato in mezzo Simona per niente, con la trasferta.
Il tendine non è uno strano orpello che sta a lato del ginocchio, il mio pareva una grossa spilla la cui punta pareva si fosse ostinata a raggiungere la chiusura non prima di avermi attraversato la gamba. Ad ogni passo sentivo una scossa che mi frustava il volto, ci si insinuava dentro, lo colpiva spalancandomi gli occhi, e mi faceva sbattere contro gli alberi.
E come se non bastasse, il cappello dalle lunghe orecchie grigie ormai era del tutto calato sulla mia testa.
Ad un certo punto mi sono detto che avrei dovuto ritirarmi e comunicarlo alla Regina del Popcorn. Ora, non so se dovrei dirlo, ma quello che ho pensato dopo è stato che piuttosto di farle sapere una cosa del genere mi sarei fatto ammazzare. D’accordo, forse sto esagerando un tantino. Ma con Edilio la pensavamo allo stesso modo e alla fine ne siamo usciti. Niente rapidità. Alcuni tratti addirittura li abbiamo superati saltellando su una gamba. E quando finalmente abbiamo raggiunto il piano, o la discesa si è fatta meno ripida, il ginocchio ha smesso di cigolare.
Ho guardato Edi, che viceversa si è girato dalla mia parte, e delle gocce che giuro non sono cosa erano, sono partite dagli occhi.
Arrivo al terzo ristoro, in salita. Vaffanculo.
Punzonato.
Orario previsto 13:59, ora effettiva 14:25.
Almeno la manovra di approvvigionamento dell’acqua andava sempre più spedita. Per il resto era meglio lasciar perdere.
Banana, dattero, dattero e lettura del primo SMS: Ma vai benissimoooo
Confermato che era di Simona.
Banana, arancia, grana.
E lettura del secondo SMS: bravooooo suuuuuperrrrrr
Mica tanto.
Mentre tiro il polpaccio sinistro le mando il mio di SMS, sempre molto caloroso: Terzo passato
– Si va di qui? – mi chiede uno.
– Sì, – gli rispondo, con una sicurezza che se avessi sbagliato, al massimo, mi sarei beccato una sedia in testa. Ma che a quel punto ero sicuro non avrebbe fatto, un po’ tutti eravamo già da maneggiare con cura.
Riparto.
Arrivano subito tre SMS, uno dopo l’altro.
Edilio era tornato a farsi sentire, ma non sull’argomento dei messaggi, – Non ha già bevuto abbastanza poco fa? – ha chiesto. – Non dovresti buttare giù così tanti liquidi.
– Sono chilomentri che me lo dico anche io, – ho assentito. – Il problema è che il mio mal di polpaccio non conosce la posologia degli integratori. Oppure non gli importa di quanti ne sto bevendo.
– Già, – ha detto Edi. – e gli altri dolori ti danno fastidio?
Per non togliere luce alla ribalta della Poplitea, che tutt’ora ritengo sia stata la difficoltà maggiore da superare, non ho detto nulla di tutto quanto il resto che non andava. La schiena aveva continuato a rompere, per il momento senza esagerare. Gli addominali alti si davano malati come psicolabili, un po’ sì un po’ no. Col polpaccio destro invece non sarei più voluto andare fuori a cena, non se lo meritava. Poi avevo un altro paio di magagnette sparse qua e la.
– E io cosa dovrei fare per aiutarti? – mi ha detto Edilio.
– Usa il tuo fascino, – gli ho risposto.
Proprio in quel momento, come a un segnale prestabilito da un demone in vena di fare brutti scherzi, l’alluce destro ha colpito una pietra e mi si è frantumato in migliaia di stelline. Il cielo è venuto giù nero con un vento forte che pareva la voce di Edi, – TESTA DI MERDA, ALZA ‘STI CAZZO DI PIEDI O GIURO CHE TE LI APPENDO ALLE ORECCHIE, COSI’ MI VERRA’ PIU’ FACILE PRENDERTI A CALCI NELLE PALLE E VEDIAMO SE RIESCI A SBATTERLI ANCHE DA LI’ SOPRA. STRONZO!
Mio Dio, amico, ma tu sei un vero signore.
In verità non era che la pensassi tanto diversamente da lui. Ma la cosa che si esprimesse in quel modo proprio non mi piaceva. Anche se averlo pensato in quel momento non aveva alcuna importanza. Mi ero talmente ritirato nel dolore che non ero riuscito ad esprimermi. C’ho messo parecchio a riprendere contatto con l’esterno. E non ero ricomparso in massa nemmeno nel mio mondo interiore. Dove c’era il mio amico ad aspettarmi con una mazza in mano. Superato il quale, se mai ci fossi riuscito indenne, non sarebbe bastato andare oltre le lenti a contatto con lo sguardo per ricevere la forma del sentiero che stavo seguendo. Sarebbe dovuta tornare la corrente al cervello, come alle lampade quando si è staccato il quadro elettrico.
Ciao. Troppo complicato.
Prima di intraprendere questa avventura avevo fissato tre obbiettivi. Tutti condivisi su facebook con la convinzione che vivere allo scoperto sia meglio.
Primo, salvare il mondo.
Non è vero. Smile.
Primo, arrivare fino in fondo.
Secondo, non fermarmi mai.
Terzo, metterci meno di tre ore e mezza.
Ah, no. Mi sono confuso con la maratona.
Terzo, metterci meno di sette ore e mezza.
– E quante scorregge no? – suggerisce or ora Edilio che, dei due, è un vero battitore libero. E non potrebbe essere diversamente parlando di uno spirito.
– Non so, – ho detto io, – magari la prossima volta.
E magari, la volta successiva, avrei evitato di mettere in bella mostra tutta la mia inesperienza.
Ora che rileggo gli obbiettivi mi sento come un cieco che sogna di fare il pistolero. E che nel suo sogno è impegnato a terminare la carriera di un mascalzone buttato a faccia in giù su un tavolo da gioco. Che non avrebbe avuto il fegato di affrontarlo faccia a faccia, per cui gli ha sparato alle gambe senza riuscire a ferirlo. Povero lui.
Poveri noi. Un bel sogno davvero. Peccato che non si potesse realizzare. Come correre una maratona sotto le tre ore e mezza, per me.
Ricordo che ad un certo punto mi era venuto da pensare a come stavano i miei amici. Urlatore, la Regina del Popcorn e Al Cazzone.
Dal punto di vista del sedano, saranno stati sicuramente molto mobili. Dal mio sedevano nelle loro sedie a dondolo con gli scialli sulle ginocchia. Urlatore, più vecchio di cent’anni, stringendo nella mano il microfono Giorgio VI. Non proprio una contraddizione, però sappiamo che la balbuzie rende difficile il mettere d’accordo le corde con la voce. E meglio se Al e la Regina non si tenevano per mano. Altrimenti qualcuno dovuto rinunciare alla cotenna.
Quanto ci voleva prima di parlare di traguardo? Non avrei saputo dire.
Correre al buio non mi aveva fatto perdere sangue, ma era stato un trauma devastante. Il tentativo era di mettere sotto sedativo i conflitti logici che sorgono naturalmente quando vai più lontano della camera dal bagno. Ma mi sembrava che a farmi da mental coach fosse venuto lo scrittore fallito che lavora all’Overlook Hotel.
Ciao.
Ad un tratto sento uno che mi arriva sotto da dietro.
Ho sperato che non si trattasse davvero di Jack Torrance. Vero che stavo correndo in discesa, e al ginocchio sinistro girava di non farmela pagare per gli sforzi precedenti e viaggiavo piuttosto spedito, ma con quell’uomo alle spalle avrei preferito non essere gazzella. La cosa buffa è che non saprò mai dire chi fosse quell’uomo col quale abbiamo fatto anche una chiacchierata che sarebbe stata lunga anche per gli standard di una foto ricordo.
– Vuoi passare? – Gli faccio io.
E lui, che per l’occasione chiamerò Jack, – Non ti preoccupare.
Il resto, se c’è stato, è caduto ad una tale profondità che non credo tornerà alla luce. Mai più.
Tutto quel correre poteva aver fatto più danni alla mia mente di quanti ne avessero fatti il latino e i fumetti mischiati con le canne.
Nel mondo reale, il peggio non era passato ma ero arrivato al quarto ristoro. Facile da raggiungere. E vaffanculo lo stesso.
Orario previsto 15:11, ora effettiva 15:52.
Rifornimento acqua.
Stiro il polpaccio ds, banana, stiro il polpaccio ds, banana, stiro il polpaccio destro e il problema con il polpaccio destro non mi passava. Arancia, dattero, dattero, stiro il polpaccio destro, grana, lettura del primo SMS di Simona: Vai vai sono qui col cell in mano che aspettavo
Con quarantuno minuti di ritardo sulla tabella di marcia certo che aspettava e manco sapeva di quello che era quasi successo. Che ero stato lì lì per auto eliminarmi.
Lettura del secondo: Vaiii mantieni il ritmo
Del terzo: Vai come un fulmine
Se sto andando come un fulmine, conviene che qualcuno riveda le leggi della fisica generale.
Mio SMS: Quarto passato
Il dolore, lo posso garantire, ti toglie il ritmo della camminata, e ti fa passare la voglia di battere la chiappe.
– Quello è un problema vostro, – ha detto una volontaria riferendosi alla questione dell’arrivare fino in fondo, – noi ci limitiamo a incerottarvi le gambe passando dallo stomaco.
Sei un genio, ti amo. Parto.
Simo SMS, SMS e SMS.
Il dolore, lo posso garantire, ti toglie il ritmo della camminata. Ma credo di averlo già detto. Quello che non ho detto è che per la prima volta in vita mia mi sono ritrovato nella situazione di doverci correre sopra. E non a caso sto usando la parola: dovere. Potevo non farlo, potevo camminare, il punto due dei miei obbiettivi lo prevedeva, ma non avrebbe avuto senso. Mi rendo conto che da spiegare non è tanto facile. Si tratta di una visione delle cose che si ha in quei momenti e che nella quotidianità sarebbe come guardarle con una lente che le gira al contrario. Posso assicurare che non è così.
Non smettere di correre era proprio la cosa giusta da fare.
Quando mi ero posto il terzo obbiettivo, di correre sotto le sette ore e mezza, non pensavo davvero ad un risultato buono da sbandierare. Semplicemente non volevo rimanere per troppo tempo sopra le gambe. Temevo che ad un certo punto si sarebbero potute comportare come un mulo quando s’impunta.
Neofita sì, ma cretino ditelo a qualcun altro.
E la strada da fare, che era ancora tanta, mi diceva che avevo ragione. Fortuna o sfortuna, molta era in discesa. Con un grado di difficoltà che si era rivelato stimolante in quei modi e termini tanto cari al farsela addosso.
Che dei burlini vedessero altri burlini far schioccare la lingua all’erba con la piscia era normale. Questo, anche quando si trattava di beccarne una. Non c’era tanto da scandalizzarsi. Eravamo tutti privi di sesso. Voglio dire, si vedeva solo un equipaggiamento. Il che ti risparmiava di pulire un sacco di colpe. Ma dopo che era finita l’aria nella pancia a me, mi sono sentito ad un passo dal funerale della decenza.
– Che schifo, eh Edi? Già la vita è dura, poi uno si caga addosso e manco ci lascia le penne dalla vergogna. Non c’è dignità nel farsela addosso, neanche se sei nel mezzo di uno sforzo a trecentossessanta gradi.
– Può darsi non ci sia dignità – ha risposto Edilio. — Ma qui almeno uno non deve rispondere alle chiamate dei operatori telefonici.
– Neanche questo è vero. Il telefono ce l’abbiamo.
– Beh, tu prova a rispondere se ne hai il coraggio!
Sentivo un bambino alto quasi quanto me. Non so se gli sarebbe piaciuto ascoltarmi leggere. Anche se avesse capito qualche parola, o un paio di frasi per intero, non credo che avrebbe afferrato veramente il senso.
– Sai che c’è? – ho detto io. – Rimarremo vivi senza farla.
– È perché non abbiamo la carta igienica vero?
– Cos’altro se no?
Verso la fine della discesa, mi trovo davanti ad un passaggio che da affrontare era più brutto di quel toro mischiato ad un umano e, per superarlo, avevo anche io una corda alla quale mi sarei dovuto aggrappare. Da bravo ragazzo, io l’ho afferrata e quasi mi ritrovo penzoloni. Peggio di così, però, a momenti butto di sotto la ragazza alle mie spalle che si era attaccata anche lei e che mi aveva detto qualcosa.
Lì per lì non avevo sentito cosa.
Come non avevo sentito il volontario poco più sotto mi ha detto di tenere duro per altri cinquecento metri. Alla fine dei quali avrei trovato il quinto ristoro.
Era sistemato bene, sul piano. Evviva.
Punzonato.
Orario previsto 16:20, ora effettiva 17:19.
Da poco era arrivata anche la sorella di prima, non aveva un graffio, e la becco a caricare cibo nella pancia. Le ho fatto le mie scuse non sapendo di poterla lasciare in pace, a quanto pareva non ce l’aveva già più con me.
Per l’ultimo SMS invece stavo meditando di usare un po’ di enfasi con qualcosa del tipo: preparati che sto arrivando. Mi pareva il momento giusto per minacciarla. Smile.
Poi chiacchiero con un lungagnone che mi avverte circa la difficoltà dell’ultimo tratto. Mi dice che l’anno precedente, i primi, lo hanno percorso in cinquanta minuti. M’avesse piantato una pallottola in mezzo alla fronte, mi avrebbe tolto un peso. Ma per fortuna, avevo con me le mie adorate gemelle Bacchette che posso dire di aver usato copiosamente e rumorosamente. Smile.
Leggo il primo degli SMS di Simona: Siiiii ma che veloceeee
Leggo il secondo: Bravooo
Leggo il terzo: Qui i primissimi sono arrivati da un pezzo
Le ultime speranze che avevo di vincere si erano chiuse così.
Il mio messaggio, dopo lo scambio col burlino era diventato: ancora 8
Affronto le ultime difficoltà.
Mi arrivano gli ultimi tre SMS di Simona.
So che quando ti ronzano le orecchie di solito si deve essere felici del fatto che in quel preciso istante qualcuno ti ha messo dentro i cazzi suoi. Ma sotto sforzo il teppista che ti sta importunando telepaticamente avanza pretese senza pensare che non sei in giro a fare niente.
Cominciavo anche a sentirmi irreale.
Non mi sarebbe piaciuto incontrare una rampa di scale.
Ero in una città su più livelli, progettata non solo come rifugio della finanza, ho trovato una rampa di scale. Una volta arrivato in prossimità della quale, quando si era trattato di rallentare, non avevo la forza di fermarmi. Ho sperato che l’inerzia non fosse tale da ribaltarmici sopra, rischiando di farmela col mento a terra.
L’ho presa nel modo giusto.
Ho visto l’arrivo. Non potevo mancarlo.
Orario previsto 17:30, ora effettiva 18:32.
Finita.
Nel momento in cui mi sono chinato ho capito che involontariamente avevo scelto di ringraziare. Non so esattamente chi. Sicuramente i ragazzi della Ultrabericus, Simona, Toni, Chris tutti gli amici e il mio cane. Anche mio fratello Teo, e i miei. E l’assessore allo sport che era rimasto lì ad aspettarci tutti quanti. Ma soprattutto me, che oggi posso dire di aver superato tante cose piacevoli quanto un dito chiuso dentro l’armadio.
Era ora di andare avanti, a cena, Agli schioppi. In due parole una magia, baccalà mantecato.
Ciao.
L’indomani mattina, sveglio all’improvviso, sentivo le gambe ridotte come un cervello malato di artrosi; mi sentivo intontito, era come se tutte le mie terminazioni nervose, i muscoli e le vene fossero stati rimossi e sostituiti con un filo elettrico incandescente. A ogni movimento avevo la sensazione che le scosse lacerassero la carne dall’interno. Fossi dovuto partire subito per tornare a casa, i miei piedi non erano in condizione di schiacciare pedali. Ho passato la mattinata sdraiato sul letto, e molto prima di alzarmi, quando ho realizzato di aver finito il trail, guardavo la Regina del Popcorn dormire al mio fianco. Ho letto gli ultimi tre SMS: Vai vai sei un grandisssimoooo; Ci vediamo all’arrivooooo; Sei sicuro otto chilometri? Ho sorriso, e forse anche un po’ pianto, ma ero felice come un bracco che si rotola nella cacca.

Post Scriptum: Immagino si voglia sapere come sia finita col pettorale. Edilio suggerisce che l’avevo tenuto in mano per tutto il tempo. Io preferisco usare la fantasia. Me lo ero messo addosso con delle fascette gentilmente cedute da dei volontari. Non so se dire che era agganciato allo zaino perchè temo che potrebbe creare un po’ di confusione visto che a norma di regolamento sarebbe dovuto stare davanti e il sacco con le tasche si trova sulle spalle, dove infatti era anche il mio. Quindi si sappia soltanto, seppure la frittata ormai l’ho fatta, che era a protezione di dove stanno alcune delle cose migliori della nostra vita, sulla pancia.

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. claudio ha detto:

    Meraviglioso!

    Claudio
    Ultrabericus Team
    Responsabile tracciato

  2. claudio ha detto:

    Meraviglioso!

    Claudio
    Ultrabericus Team
    Responsabile tracciato,

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