[TRANS D’HAVET] Notte di pioggia


Ancora una volta i doverosi ringraziamenti vanno fatti ai volontari che ci assistono e incoraggiano lungo tutto il percorso. E naturalmente un sacco di meriti vanno attribuiti a loro, che consentono a tutti e al sottoscritto plurale di smazzarsi l’intero percorso in sicurezza e per tutto quanto il tempo. Grazie!

Questo racconto è dedicato con amore alla mia ottima  meravigliosa compagna Simona,  custode gentile di me caos.

Imparo da tutti, da Chiunque non sempre. – Mel O’Zuccone

É passato molto tempo, poco tempo.
Un bugno di terre nere ha trasformato la mia materia in un mastice di dolore. Ma a soffrire, fra carni ardenti e articolazioni in fiamme, non c’è stata solo l’esigua porzione di molecole mie, normalmente tenute insieme con lo yogurt. Che avevano anche patito un gran freddo, l’umidità e tutto il resto piantato sullo stomaco. Per le stesse meteo ragioni, per le quali c’è stata la questione del salvare la pelle ad alcuni bipedi barcollanti, e che una volta tanto non suonava male. E non dico che l’Organizzatore sia il tipo di persona che preferisce il muschio agli umani. Eppure, nel vederlo raccogliere il grosso di una decisione e, in quel momento, mettere insieme che non avrebbe spinto nessuno ad arrivare di gran carriera da qualche parte, mi si è sdraiato l’umore sui chiodi.
Ecco, questo è quanto sto tornando a prendere con la memoria.
Per completezza, ci starebbe che capita a tutti di scivolare almeno una volta nella vita. Che sia nella vasca da bagno, sul pavimento di una piscina o fuori da un sentiero. Ma c’è tempo per raccontare anche questo e di più. Come l’uso del knut in una delle tante storie possibili che hanno avuto luogo alla Trans d’Havet di quest’anno domestico. Il 749 circa dopo la morte di Dante.
Si è svolta nell’arco di una notte. É capitata a Edilio e me. É quasi tutta vera, pioggia a Piovene sicuramente, e il mio consiglio è di restare ora.
Anche se c’è un ultima cosa che devo dire prima di cominciare.
É passato molto tempo, poco tempo.

Secondo il regolamento ci voleva una torcia elettrica con delle pile di scorta, e qualche cianfrusaglia assortita.
– Una pietra focaia no? – Mi ha detto Eddie.
– Per la miseria, – gli ho risposto io, lampada frontale di sicurezza appoggiata sopra al cappello degli Atlanta Braves. E già accesa per prova. – Mai che ti vada bene niente.
– E quanto cazzo hai intenzione di bere? Te lo ricordi che l’altra volta non hai fatto altro che snarigiare tutto il tempo. Catarro e muco ti uscivano a sputo. E senza dare troppa importanza se prendere la via della bocca, del naso o del culo.
Vero, spietato e senza entrare troppo nei dettagli.
Poi mi ha ribadito il concetto. – Quella borraccia è più grande delle tue gambe appaiate.
– Quanto scassi le palle.
– E ti sbagli sai. – ha detto con l’intenzione di replicare alla mia affermazione precedente. Ma in netto ritardo su normali tempi di risposta. – Altroché se ci sono cose che mi vanno bene.
– Non mi pare.
– Balle.
– Ti dico di si.
– Ti sbagli. – E infine aveva ceduto, – ma mi sa che hai ragione.
A quel punto ho introdotto aria nei nostri polmoni che hanno prodotto un suono simile ad una fisarmonica scassata.
– Ma ti faccio una promessa, – aveva proseguito lui. – Non ti lascerò mai, se non me lo chiedi tu. D’accordo?
– Quanto sei spiritoso. Non pensare di cavartela così facilmente.
– Per cosa?
– Per dirmi una cosa che ti va bene.
– Senza offesa, – ha detto Eddie, – ma un argomento più brillante di questo?
– Non sono mica offeso, – ho ribattuto a lui. – Quindi, ti arrendi?
– La vedi quella fessura nel tuo cervello? Da dove filtra la luce.
Ho risposto di sì.
– È tutta quanta lì la tua intelligenza sai, – mi ha detto lui. – Non capisco perché, però sto per dare retta a te e a questa stronzata. Lasciami soltanto un secondo per pensarci che te la dico.
– Tutti i secondi che vuoi. Quindi?
In quel preciso momento era apparsa una esuberanza di guance con la faccia ingrugnita della mia compagna, meglio nota come Regina dei Popcorn. Ingrugnita quanto sei sapienti seduti fianco a fianco con le braccia incrociate. E dopo avermi guardato come un cretino, colei che da ora in avanti chiamerò la Signora Simona aveva detto – Allora perché non chiamarla cosí: pazzia?
Se ti sembra che stesse proseguendo un discorso già avviato, tranquillo che è proprio così.
– Perché definirla viaggio le dà tutto un altro spessore, – Le ho risposto io. – Una finalità, un significato. E comunque suona meglio.
– E metti che a uno non freghi niente di un significato. – Era confusa, – metti che uno voglia correre e basta.
Ho ragionato velocemente qualcosa di intelligente, – non so cosa dirti. É pur sempre un tornare bambini. Guarda che, dicendo così, porti acqua al mio mulino. E guarda che tu ti stai incasinando mica male.
– Guarda tu, Curvo Curvovic dei miei stivali. Non è che non so proprio niente di quello che fai. E quello che dici tu che non è mica vero.
– Certo che lo è. Ma se non credi a me, dovresti leggere il blog di uno che si chiama Alvin. Non ho capito bene cosa faccia nella vita, a parte scuotere querce, ma a prima vista è un tipo a cui piace correre da Natale a Capodanno. Meglio se viceversa. E ha un blog suo sul quale pare un egocentrico rosso e sgrammaticato. Rosso non perché comunista. Sgrammaticato invece lo è senz’appello. Però, ti assicuro che trova dei modi di esprimere la gioia di correre che quando lo leggo mi si sposta lo spirito in un luogo migliore del mio ufficio.
– Ehi! – ci aveva interrotti Eddie, a me in particolare. – Cazzo fai idiota, citi la concorrenza?
– Uh, – gli ho risposto fingendo di avere paura. E poi riso. Di lui e del mio spavento da Oscar della recitazione. L’interpretazione mi era venuta tanto scarsa che avevo fatto bene a non continuare affatto. Piuttosto, lavorando di sopracciglia, avevo cambiato espressione, – per quale motivo non dovrei nominarlo? – Gli ho chiesto.
In altri tempi sarebbe riuscito a ribaltarmi con lo sguardo, ma in questo non aveva nemmeno risposto.
E a questo punto c’è da immaginarsi un Eddie che si muoveva di soppiatto per sollevare un sacco e girarsi. Avendo capito che mi stavo preparando a fare un predicozzo puntato dritto verso le sue chiappe, pive in spalla, ‘sto scemo tentava di ritirarsi in buon ordine.
Dal canto mio, io ora avevo due discorsi cominciati e una voglia che sarebbe dovuta passare sopra dei chiodi per concluderli. Tant’è che #quiproprioqui, ho introdotto altra aria nei polmoni producendo quel suono di prima, simile ad una fisarmonica scassata.
La Signora Simona, nel frattempo, se l’era presa comoda per trovare una frase a modo con la quale riconciliarsi. – Ragazzo mio, anche tu corri dalla mattina alla sera. Ma su questi discorsi non è che mi sembri troppo affidabile.
Non aveva tutti i torti.
Con ciò, uuuh che brividone che mi aveva fatto venire. Non l’avevo provato vago, anche se il convincimento di non darle retta aveva prevalso.
– In un certo senso, – le faccio io, – ti dico che Scuotiquercia potrebbe trasmetterti questa gioia che io non riesco, – e ho continuato a tirare dritto per la mia strada, – Perché alla fine è di questo che stiamo parlando. Di gioia a correre in montagna e provare a recuperarne qualcosa, di quelle emozioni, da mettere giù con le parole. Quantomeno per me.
Avevo meditato sul concetto di scattare fotografie ai momenti per come vengono e appiccicarmeli sulle pareti del cranio. Dove avere una mezza dozzina di istantanee da rivedere, tutte le volte che corro, aiuta a mettere insieme un piccolo racconto. Nel quale ci finiscono dentro anche frasi di uno zio lontano, le mie nevrosi e qualche vecchia foto.
Faccio sempre una pausa mentre sto scrivendo.
Ne ho fatta una anche ora, e mi sono distratto facendo una lettura di questo e quello su internet: L’annuncio del papà su #Facebook : Lorenzo è diventato un angioletto. Dolore per la morte del bambino malato di tumore, simbolo della lotta per la #salute delle famiglie di #Taranto – #Ilva #Ambiente .
É dopo aver sentito queste sconfitte che l’idea della fuga mi diventa un’ossessione.

Saremmo partiti di notte. Che cazzo di freddo ci sarebbe stato in cima alla montagna?
Se ci mettiamo a fare luce sulla cosa, la temperatura prevista era di 6° circa.
Quando a valle, intanto che la nostra combriccola si trasferiva dall’albergo al Palazzetto, ce n’erano venti o quasi.
Durante lo spostamento chiacchieravamo con lo stesso picco d’intelligenza che ci vuole per togliere il nocciolo a una banana. La questione era che gli altri atleti avevano il fisico, io un carattere di merda. Ma se non fosse bastato quello, dicevo io, mi sarei fatto aiutare dal vecchio complice Jack Torrance. Per via del mio brutto proposito di correre all’oscuro dei tempi per la seconda volta. Sebbene non mi fosse piaciuto nemmeno la prima.
Che ci vuoi fare, il solo pensiero di rendersi la vita facile per alcuni è intollerabile.
Un paio di persone lo sa già. Con Jack ci siamo conosciuti all’U.B.. Ma non credo di aver mai detto neanche a loro che costui è un bugiardo e anche un po’ imbroglione. Ma cazzo, quando mi trascinavo su e giù per le pendenze di quelle colline, assieme al mio fratellino, senza renderci bene conto del come e del perché, lui si era fatto vivo nei chilometri finali. Sembrò conoscere di persona l’eterno ritorno dell’esistenza e sapesse alla perfezione come non mollare mai. E che a noi non restava altro che seguirlo.
Forse ci nasci, con quelle doti, e non è capitato a me.
Sta di fatto che anche ‘sto giro avrei usufruito di riferimenti cronometrici solo una volta arrivato alle stazioni di servizio. Mentre lui avrebbe stimolato noi due finocchi a resistere. Ma, a parte i famosi calci nel culo, non sapevamo ancora in che modo. Specialmente con me che in tutta questa storia ci avrei messo le zanche.
Camminando verso il Palazzetto, mi ero messo a guardare nel tentativo di individuare il capannone, che però non era ancora sorto. Di mezzo, c’era da superare un piccolo torrente. Che secondo la Signora Simona era l’Agno, e ce ne aveva informati. Non avevo ragione di dubitarne. Lei è una che studia, e io sono un tale orgoglio di mio padre, in geografia, da rendere onorevole, secondo lui che è un asso in quel campo, l’idea del somaro se applicata a me.
Vabbè.
Lo so, sto continuando a tergiversare.
Da una direzione proveniva più luce che dall’altra; e ne avevo concluso, non essendo più così presto, che da quella parte c’era il versante dove il sole sarebbe calato definitivamente. E in culo a tutta questa stronzata del dare un’occhiatina in giro, una volta entrati nel Palazzetto, la luce era diventata artificiale. In giro si vedevano soltanto burlini. Molti sembravano sciupati come se il loro lavoro fosse sgobbare in salita. C’era chi aveva il naso immerso nello zaino e chi ci aveva messo dentro anche le mani. A pescare qualcosa. Qualcosa di buono, utile o lercio. Perchè dimenticato.
La Signora Simona, Edilio ed io ci siamo messi a sedere sugli spalti di cemento.
Un sacco di gente, qui, pensava che – e perdonatemi l’espressione – era soltanto un affare di #faticanera. Pensavano anche che la #faticanera non uccideva, ma se avessero passato dei brutti quarti d’ora, non era una cosa di cui dovevano preoccuparsi. Alle mie orecchie, però, farcela e sconfiggere le avversità, non erano argomenti per cui valeva la pena resistere ma un’altra ragione per cui meditare la fuga.
Al bancone dei pettorali c’era ancora molto movimento. Le ragazze che avevano già fatto al caso mio, lo facevano per quelli che stavano ancora arrivando. E buttando lo sguardo oltre il recinto del campo, non era detto che la faccia dell’Organizzatore fosse proprio serena. Non ci vedo un cazzo senza gli occhiali, ma la sua espressione pareva essere scesa con la corrente di un fiume. O magari gli era rimasta impigliata su una curvatura ciclonica.
Però non potevo giurarlo, lo vedevo da lontano.
Di sicuro, non aveva una grande aria di tranquillità addosso. Questo no.
Il condimeteo previsto per la nottata era un vero schifo.
Alla fine del briefing il discorso della Signora Simona aveva sostituito l’argomento pazzia col fulmine che ti cade in testa. E mi aveva minacciato così, testuale, – Potrei chiedere l’intervento delle autorità, cosí saresti costretto a restare qui e a non rischiare la pelle. Ma non ne ho il cuore. Non lo farei mai. E tu, se decidi di andare, quando torni sei sempre il benvenuto.
– Grazie della gentilezza, – le ho fatto io. – Prometto che poi ti racconto tutto per filo e per segno. E anche se ho passato dei brutti momenti.
– E a chi importa? Ciascuno di noi ha i suoi brutti momenti, e non sono sempre interessanti per tutti.
Spiazzato, la Signora Simona aveva ragione.
– Allora faccio bene a non restare? – le ho chiesto. – Tanto poi torno. Io, almeno.
– Ehi, – mi ha ruggito Eddie nella testa. – pure io voglio tornare. Anche se a me piacerebbe tanto restare qui. É che non me la sento di lasciarti da solo socio. Puoi avere bisogno di me. Ma se non hai bisogno di me, sentiti libero di dirlo che arrangiamo qualcosa. Posso occuparmi di fare un fuoco qui a valle.
– Occupati di dare una risposta a me, caro mio.
– Che cosa vuoi ancora?
– Sto sempre aspettando di sapere una cosa sola che ti vada bene nella vita.
– Quando fai così la merda, mi sale un knut alle mani che vorrei spegnerti il cervello a frustate. Ma non posso dato che ci sono anche io qui dentro. – E dopo questo discorso che pareva funzionare alla grande, Eddie aveva detto – Salute.
Un burlino di fianco a noi aveva ruttato. E non mi era sembrato che avesse colto l’augurio. Poi l’Organizzatore aveva consigliato a tutti di avviarsi e saltare dentro i pullman.
Più semplice a dirsi che a farsi. La sacca che avevo in spalla era pesante, e frenava.
Faccio una pausa. Tranquilli. Non sto leggendo di Lorenzo. Il bambino malato di tumore. Né salute Taranto Ilva Ambiente.
Robe che da inalare nei polmoni produrrebbero quel suono simile ad una fisarmonica scassata. Ma sto cercando di ricordare il contenuto del mio zainetto.
Il mio equipaggiamento prevedeva liquidi e cianfrusaglia assortita. Una torcia elettrica, per l’appunto, e al posto della pietra focaia avevo cerotti. Oltre al fischietto, energetici solidi e spille da balia in piú. Mi sono guardato intorno. Il tipo del rutto stava già guadagnando terreno.
Cinque minuti dopo, l’Organizzatore era passato a dirci, – Salite senza spingere. Ci sono abbastanza posti per tutti.
E in attesa dell’ultimo pullman, io e la Signora Simona ne avevamo approfittato per riempirci di baci. Sfortunatamente, il mezzo di locomozione a ruote era arrivato veloce.

Montati sulle zanche siamo partiti.
Io ne avevo un paio che non si può dire fossero nuove, ma modificate sì.
Cambiando metodo di allenamento ne avevo potenziata la resistenza. Non sapevo di quanto ma, ora che potevo verificarlo, non mi sarei risparmiato di picchiarci sopra anche un martello se necessario. Anche lungo quel percorso che ha preso nome da uno dei generali della prima guerra mondiale. Un certo Giuseppe d’Havet. Del quale non so molto, se non che venne riconosciuto come uno degli ingegneri militari più competenti dell’Esercito italiano. E a lui sono dedicate un paio delle 52 gallerie sulla strada degli Eroi.
Quella costruita in condizioni di lavoro pessime, emorroidi e alcolismo, ma che in guerra aveva messo al riparo i nostri soldati dai gemelli austriaci. E con questo credo di aver detto tutto. Di Giuseppe, ho soltanto omesso di dire la relazione piuttosto strana tra l’origine nobile e il genio zappatori.
Tornando alla corsa e a noi, cioè Edilio e me. Se fosse soltanto per le nostre gambe, quando corriamo con queste, terrebbero il ritmo che si sentono addosso. E finché stanno bene, per loro sta bene anche tutto il resto. Ma non è così che funziona il resto corpo. Per questo ci va messa anche parecchia testa in queste prove.
E a me, al via, non pareva vero di sentirmi leggero.
Cinquanta metri dopo ero già incazzato con me stesso. Per il ritmo a razzo. Come se non mi dovessi spalmare su 83 chilometri a spalle incurvate. La sensazione che avevo la dovevo alla trafelata ragionevolezza della paura di non farcela. Mi spiego. Questa, durante gli allenamenti, ha imposto il proprio metodo di preparazione a quello più pacato della ragione naturale. La quale si sarebbe limitata ad escogitare itinerari lunghi e tremendi. Mentre l’altra, bastarda, si è inventata qualcosa per sopperire alla scarsità di pendenze sul suolo di Milano.
L’unico monte da scalare che c’è in quella città, infatti, è un brufolo chiamato Stella dove si andava da ragazzi a mischiare l’anima con le canne. Non di bambù ovviamente. E adesso pretendo di farmela bastare passandoci una vita condensata nell’arco di una mattinata. Un paio di volte la settimana. Mah.
Per dare un’idea di quanto poco sia montagna, sebbene percorrendola ogni tanto si senta odore di mentuccia, ha molto più a che fare con un cumulo di macerie sottocutanee che con l’altura, o le lucine ficcate nella profondità del cielo. E io, che mi devo sincronizzare ai futuri dislivelli alpini, sempre per la paura di non farcela, la percorro insieme alle mie giunture che sono costrette a reggere una zavorra senza riserve. Cioè corro reggendo una cappa addosso che mi sfianca quanto il mantello che gli Ipocriti si trascinano all’Inferno. Parola di Dante. Amen.
Insomma, con quel passo, non sarei arrivato da nessuna parte.
E quando piú tardi il tracciato aveva cominciato a inerpicarsi, la consapevolezza che mi è scesa addosso dava proprio la sensazione di non avere alcuna speranza di tagliare il traguardo.
– Per quanto ancora pensi di scroccare quella degli altri, – mi ha chiesto ad un certo punto Eddie.
– Di che parli?
– Non lo sai di avere la luce in testa spenta?
– Si che lo so, certo che lo so. – gli ho risposto io tranquillo e rilassato.
– Quindi, per quanto pensi di andare avanti così?
– Per quanto cazzo ne ho voglia io. Se non ti spiace. E se non ti causa una sciolta, potresti chiederti cose che non mi riguardano.
– Due favori contemporaneamente.
– Te la senti?
– Perché d’un tratto sei così incazzoso?
– Perché Simona è giù che si sta preoccupando e io sono qui con queste lenti a contatto che non ci vedo un cazzo. Mi sento un coglione. E una merda.
– Non credo che ti dovresti tirare su così tanto, di morale. – Poi mi si era messo a cavalcioni all’orecchio, – Comunque, per rimediare potresti cominciare accendendo le lucine che hai in testa. Sia quella dentro che quella fuori dalle pareti. Occhio e croce, dovrebbero bastare. Non so per il tuo spirito di merda. Quello, ti consiglio di farlo pernottare a Taranto un paio di notti.
– Fottiti.
Edilio era scomparso dalla stanza senza dire una parola.
Quelle lenti asciutte non so come mi facessero sentire esattamente, forse come un cane che corre con le unghie troppo lunghe.
Ad un certo momento della corsa, ho ritratto spalle e testa, e mi sono preso un colpo al cuore scivolando sul terreno. Ecco come cazzo si sente un cane che corre con le unghie troppo lunghe. E quella sensazione si è ripetuta più volte. Finché, in una frazione di secondo, mi ero ritrovato che non potevo più vedere le stelle sopra di me. E non a causa della visiera. Ma perché, da sdraiato, le avevo sotto quell’occhio solitario che si trova in fondo alla schiena di chiunque.
Osservavo brillare le costellazioni dal buco del culo.
Dopo aver ripreso a camminare spedito, il burlino alle mie spalle mi ha chiesto, – Stai correndo con le scarpe da tennis?
Che dovessi cambiarle, lo sapevo da un mese. Fanculo. Mi è venuto in mente che potevo morire lí senza aver visto l’ultima puntata di Grey’s Anatomy. Fanculo di nuovo.
– No. – Gli ho risposto. – Sono le suole sotto le scarpe che sono esauste.
Poi ho pensato, adesso mi ritiro. Non proprio adesso, quando arriverò alla stazione di servizio. Ma mi ritiro. Lenti e scarpe sbagliate sono troppo da sopportare in una sola notte.
– Biscottino mio, guarda che ti sento. – Era Jack, venuto in mio soccorso. – Non pensavo fossi messo così male.
Effettivamente, un letto in quel momento sarebbe stato una meraviglia. Anche se nella stanza d’albergo con la vista più merdosa al mondo come era quella che mi stava aspettando.
– Che problema hai? Non ti piace stare lontano da mamma Simona? É lei che ti manca?
Cazzo, merda, culo-piscia, bastardo, rotto in culo. Non aveva tutti i torti.
Ma guarda che sorrisetto mi sfoggiava la pompa adesso. Ecco. Mi sentivo già più convinto.
– Senti tu, – gli ho risposto io senza problemi, – non ti devi permettere di dire niente sul mio rapporto con Simona, se non vuoi che ti brucio la macchina da scrivere. Ci siamo intesi?
– Così mi piaci, – ha smagonato il ventriglio di Jack.

Nell’arco di un trail ci sono momenti positivi e altri negativi e tutti insieme concorrono a farti vivere un sogno oppure no. Del resto, correre non è fatto solo di bei momenti e di trofei, ma anche di delusioni come quella che stava colpendo me.
La nebbia ci trovò già ampiamente fuori città, con Eddie ed io adesso mal vestiti.
E come non ci sarebbe stata nessuna dignità nel morire cagandosi addosso all’U.B., così sarebbe stato anche qua.
Avevamo sentito qualcosa che ci si era rotto nel centro della pancia. Poteva darsi un uovo marcio oppure qualcosa che non ci aveva messo niente a diventarlo. E più grave ancora di farci asfissiare col tanfo, quella cosa ci aveva obbligati a scansare i piedi dal solco del sentiero. Tenerci strette le budella e rimanere piegati. Che comunque non ci faceva sentire meno da cani.
Mi fossero scoppiati gli addominali come l’altra volta, lo ricordavo con affetto e nostalgia, sarebbe bastato respirare. Questa volta, invece, discese a rotta di collo non c’entravano niente.
Cazzo se ero già esausto.
Magari avrei dovuto sdraiarmi un po’.
Doveva farsi vivo Jack, non si era più fatto sentire.
Avevo continuato a camminare, la strada ad allungarsi e in più me la dovevo vedere col freddo.
Peccato non fossi un grassone, il soprannome avrebbe fatto Ciccio, o roba del genere, e non mi sarei dato alle corse. Oppure, meno male che non fossi un grassone. Altrimenti sarei finito a gambe all’aria senza più rialzarmi.
D’altra parte, grasso o non grasso, il mio corpo macchina si era fatto risentire con la bocca umida.
– Come te la passi, vecchio? – mi ha chiesto Eddie.
Sorvolando su quanto odore avessi inalato, mi sentivo le gambe pesanti e le braccia sfinite, ma tentavo di concentrarmi sulla strada. Convinto che dietro ogni nuova curva ci fosse il campo rifornimenti. E per quanto la sensazione era stata come se mi muovessi in cerchio tirando pugni a vuoto, non smettevo di camminare.
– Mica tanto bene.
– Già, – ha detto Edilio. – Me l’ero immaginato.
– Una bomba nello stomaco, – ho fatto io, – non fa bene a nessuno.
Neanche un po’.
– Alla faccia del minimizzare, – ha replicato Eddie.
– Guarda Eddie che non è il momento. Ti prendo a calci in culo finché non ti rompo la testa.
Lo avevo zittito. Non potevo dire lo stesso del mio senso di colpa per averlo trattato coì male.
– Secondo te, Eddie, che ne capisci più del sottoscritto, ho qualche possibilità di rimettermi?
– Solo se interviene Nostro Signore Gesù Cristo, – ha risposto lui. – E se lo lasci fare, magari ti sostituisce la merda di carattere che ti ritrovi con quello di una poiana di passaggio. Non sai quanto ci guadagneresti.
– Naa, – avevo detto. – Niente da fare. Marcio com’è, mi serve ancora per un bel po’. E anche se hai ragione, che magari ci guadagno, non mi piace farmi mettere le mani addosso da un estraneo.
Lui aveva guardato in alto. – Hai capito di cosa stiamo parlando? É un senza Dio.
Avevo sollevato la testa anche io ma, anche a guardare bene in quella direzione, si vedeva poco. Credo per via delle nuvole basse. Non per altro.
Morale, in quel tratto, il sentiero percorreva fianco a fianco una pozza piuttosto grande. Un gruppetto di burlini si era fatto sotto lo specchio d’acqua e lo aveva superato. Noi due li abbiamo guardati passare dal basso in alto. Eravamo bassi di statura, ma messi giù come se avessimo voluto toccare terra con la fronte. In verità avremmo voluto rimettere la frittella con la maresina, un’erba che viene chiamata in tanti modi diversi.
Mangiarne un pezzo, prima della partenza, era stata una mossa astuta quanto gli ottanta euro del governo. D’altra parte, fosse in mano a gente sveglia, non farebbero cose che sembrano un po’ da pazzi.
Camomilla bastarda è un esempio dei nome di quell’erba.
Proseguendo, non ricordo di aver passato lo sputo di laghetto, siamo lì che arranchiamo e preghiamo l’Universo di farci fuori sul posto, quando avverto una presenza alla mia destra. Che mi ha fatto girare di scatto, tirandomi dietro sia il fascio di luce sopra la testa che gli insulti della cervicale.
Vacca miseria era una colossale vacca sdraiata in terra.
Fossi stato un passo più a destra sarei finito dritto in braccio a quella tonnellata di carne materna. E non saprei dire se per gli occhioni o il colore, sta di fatto che mi sono definitivamente cagato addosso. Non è vero. Diciamo che se il mio stomaco non se la passava tanto bene prima, ora che si era aggiunto quel tremore, la situazione scoreggifera non era migliorata affatto.
Nel dirigermi verso il ristoro, avevo Jack che mi seguiva a pistola spianata.
Mi sentivo il più grosso deficiente sulla faccia della Terra.
Jack mia ha guardato dritto in faccia. – Tu sei il moscio più moscio dei mosci.
Era proprio vero.
Ma se già la stanchezza e la fame ti tolgono lucidità, come riescono a succhiarti energia l’umidità e il freddo, quando si attaccano alle ossa, non c’è nient’altro. Anche il cervello ti si raffredda. Va bene essere tenaci, ma avevo proprio superato il limite.
– Inculati, gli ho risposto.
Poi avevo individuato un ragazzo dell’organizzazione e mi sono diretto verso di lui. Stavo pensando cosa dire: Sto cercando lo staff per la grazia del corridore, la trinità. E la procedura spirituale.
Ma nel frattempo Eddie mi stava rompendo le palle, – C’è poco da fare, eh?
Credo non avesse capito che volevo difendesse la mia decisione.
– Mi sa che hai ragione. – gli ho risposto non volendo perdere tempo con una testa cocciuta come la sua. – L’hai detto anche tu che tanto non miglioravo.
– Senza un Super Medico no, – ha risposto. – Il tuo corpo ha perso troppo calore. E quello stronzo di Jack non ti è stato di grande aiuto. Però ti avrebbe sparato a sangue freddo molto volentieri. Alla fine sai che ti dico, ti stai facendo un gran favore.
– Beh, chiudiamo la faccenda, – ho replicato.
Ero esterrefatto. Sapevo cosa stava per succedere, ma non lo credevo possibile. E una volta raggiunto quel ragazzo gli ho comunicato che non ero in grado di continuare: Sto cercando lo staff per la grazia del corridore, la trinità. E la procedura spirituale.
Sulle prime, credo non avesse capito. Poi mi ha chiesto il numero e mi ha indicato il furgone che mi avrebbe riportato a casa.
Ci sono entrato.
– Perché non ti volti a guardare la strada, ragazzo? – mi ha detto Eddie.
Ho ubbidito. Per poi vedere uno sparo di luce che saliva da valle.
Un istante dopo giacevo riverso dentro il furgone.

Sul furgone con me c’erano altre sette persone.
Tre con il mio stesso problema, e gli altri se l’erano vista brutta con distorsioni, contratture e acciacchi vari da età avanzata. Un’altro di noi, cazzo, quando sarebbe diventato più grandicello, forse avrebbe smesso di correre con due dita del piede rotte. Se le era schiacciate sotto un bancale e, siccome le voleva di un colore più radioattivo, era venuto fin lassù a picchiarle contro i sassi. Tutto sommato non era ancora soddisfatto.
E a suo dire, l’operazione si era ripetuta per ben due volte in un mese, o giù di lì.
Roba da matti.
Più tardi sono arrivato in paese.
Era passato molto tempo, poco tempo.
E Signora Simona non sapeva ancora niente.
Avevo pensato, quando l’intenzione di fermarmi ormai era diventata realtà, che fosse meglio non appesantire la sua di situazione allo stomaco. E non darle il tempo di riflettere sulla mia condizione fisica e morale. Non l’avrebbe aiutata col sonno.
Le volevo fare una sorpresa e le avevo fatto uno squillo da sotto l’albergo.
Sotto le coperte, la luce della luna era ancora attiva. Per cui la visibilità era pessima. E sapevo di non avere una Simona in condizioni eccellenti, con una buona tenuta di attenzione; e lei è una brava ascoltatrice.
– Hai notato quante spille da balia c’erano sul bancone oggi?
– Lasciami dormire.
– Non mi ami più?
– Sì che ti amo, – aveva risposto. – Cagacazzo.
– Dici che centra il mio racconto?
– Ma che ne so. Mi pare un tantino esagerato, ma forse sì.
– Secondo te si può influenzare la realtà con i bla bla bla.
– Buona notte.
– Buona notte.
Caro lettore, spero di non averti seccato le orecchie col vento del mio intestino.
Questo è tutto, o quasi.
– Hei, – era Eddie. – Dormi?
– Non ne sono sicuro. Certo che dormo.
– Una cosa effettivamente ci sarebbe.
– Cosa?
– Te lo dico quando ti alzi.
#
Post Scriptum: Qualcuno si è chiesto perché Signora Simona? É colpa delle cinesi sotto casa nostra. La prima volta che siamo entrati nella loro lavanderia, dove non ti farebbero lo scontrino manco se pagassi doppio il servizio, dovevamo lasciare un nominativo. Come fa lei di cognome non lo dico. Io, nel mondo reale mi chiamo, non mi chiamo Me lo Zuccone. Ma il tentativo di fargli scrivere le mie generalità è stato fatto, e niente pareva più complicato. Così salta fuori che la Regina dei Popcorn si chiama Simona. Bingo. Decidono che è perfetto, talmente perfetto che lo usano come un cognome. Adesso, anche quando entro io nel loro negozio, sono Simona. Non sarà un granché, ma piuttosto che mettermi a puntualizzare, fanculo. Queste è il genere di cazzata che lascio perdere.

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