[THE ELECTRIC TRAIL] 99eSimo


Qualcuno deve essere convinto che i ringraziamenti facciano bene agli altri. Questo qualcuno non sono io. Personalmente ritengo che ringraziare faccia principalmente bene a se stessi, e poi agli altri. Comunque sia, spedisco via web un grazie gigante a tutti. In particolare a organizzatori e volontari della THE ELECTRIC TRAIL. Mi avete fatto tornare anche la voglia di zampettare con i polpastrelli sui tasti.

Sebbene i personaggi di questa storia appaiano divisi tra reali e immaginari, è importante sapere che uno di loro, per come è raffigurato qui, non è un parto di fantasia. É l’alter ego di un individuo realmente esistente; entrambi infatti hanno analoga collocazione e, seppure in misura limitata, si sovrappongono. Mi riferisco a Edilio che si trova pressapoco dove si trova Me lo Zuccone. Il quale, in fatto di realtà, spodesta giusto la biologia dei moscerini.

A Simona, custode gentile di me caos.

“Edilio ed io possiamo prevedere con una certa sicurezza che, dopo questa edizione stupenda, non ci sarà mai più bisogno di un’altra senza sole.” – Mel O’Zuccone.

#

Nella Espace de la Rencontre di Pont-Sain Martin, infagottato in un completo tecnico zuppo di terra, il numero 65 – meglio noto come Me lo Zuccone, floscio come uno sbronzo, sudato come un gelato e fetente come la selvaggina – se ne stava seduto su una panchina da cui osservava la scomparsa delle proprie scarpe, l’enfio accostamento dei suoi polpacci e, ci si creda o meno, rifletteva sul lardo di Arnad. Che è un’esperienza mistica quanto il baccalà mantecato di Vicenza.

Me, sono io. Lo Zuccone pure.

Tolto subito il racconto da un pericoloso binario psichiatrico, avevo percorso tutta la vista panoramica senza parcheggiare mai, o quasi. Ero salito, sceso, m’ero quasi ammazzato, dopo dico quando, e alla infine di tutto questo viaggio mi ero appoggiato come un bidoncino contro lo schienale di un panca e non guardavo il cielo. Se le stelle erano chiare e luminose me lo dicevano gli occhi di una donna meravigliosa. La mia Regina dei Popcorn. Bella come la volta che, ragazzini, eravamo andati al parco. Difficile ricordare chi fossi esattamente allora. Mi sentivo già vecchio e il mondo mi sembrava più triste, ed era come se tutto ciò che non avevo ancora imparato fosse, in definitiva, inutile.

Al contrario di adesso, quel pomeriggio, quando ritrovarmi con la Regina dei Popcorn al mio fianco, molto tempo dopo la prima volta, è stato un – ancora – di gioia. In quel momento lei mi ha svelato che si poteva vedere l’eternità. Intesa come il tempo impiegato da me per fare il giro di Bard, Donnas, Lillianes, Perloz e Pont Saint Martin. In ordine alfabetico.

Ed era vero.

Ma adesso basta con l’introduzione.

Soltanto un secondo, torno sull’accostamento culinario baccalà-lardo per dire che sicuramente si celebra il Signore magnificando le leggi della statica. A tavola. Mo nel moto lo glorifichi, anche della narrazione.

A Vicenza corsi l’Ultrabericus dello scorso anno e, a mio avviso, quella corsa è stata la madrina perfetta per svezzarmi nel mondo dei trail.

La The Electric Trail, dal canto suo, ti fucila le gambe tante di quelle volte in soli quaranta-due chilometri che, sempre a mio avviso, lo sforzo ha impresso un moto contrario allo schema della complementarietà trinitaria. Dato che sono finito per maneggiarmi sotto forma di bistecca, il moto da catturare in commedia è stato più difficilino.

Chiarisco un’ultima cosa. Poi la smetto. Promesso.

Noi, Edilio ed io, non abbiamo alcun obbiettivo agonistico. E non solo perchè la nostra condotta meccanica sarebbe perfetta solo potendo correre sugli scacchi. Ma perchè abbiamo scelto la corsa come maestra di vita. In un certo senso, nel momento stesso in cui si sottrae all’agonismo dei campioni, la corsa si offre alla contemplazione di tutti. Piloti stanchi, e pellegrini.

Adesso bassa per davvero.

#

Non ridete. Sono partito con questo mantra nel jukebox della testa, la mia volontà è il moto lento e inesorabile degli oceani. Me lo dicevo insieme a, chi va piano va sano e lontano. E questi due non erano gli unici pezzi del jukebox. Per vergogna gli altri li risparmio. Anzi, un altro ve lo dico, le mie rotule sono in titanio.

Ad un certo punto, calato nell’aria un silenzio che prometteva pace, Edilio si era intromesso così, – Quarta corsa, due ritiri, facile che saranno tre con questa.

– Guarda che se stai parlando di me ci sento.

– Lo so che ci senti.

Ho fulminato il pallido con gli occhi. – Avevi mai sentito prima stronzo malcagato?

– Mi spiace, no. Conduco una vita ritirata, – ha detto Edilio rivolto a me, poi – Dovrebbe suonare come un insulto?

– Significa che sei venuto benissimo, come stronzo. Certa gente dice che sei venuto male quando è incazzata con te e si vuole far del male alla ragione.

– Capisco.

– Sì? Ti conviene piantarla di prendermi per il culo! – Poi gli spiego, – Vedi, muso pallido, roba tipo stronzo e pezzo di merda è molto offensiva.

– Ma va’? – ha detto lui. – Sono termini che ledono la ragione pure quelli?

– Piantala adesso! C’è troppa gente per alzare la voce.

– Be’, si chiederanno quanto sangue potrebbe scorrere. O semplicemente sapranno che sei matto.

– Vacci piano. – Ho detto come un buttafuori da acquasantiera, sottovoce, – Non siamo venuti su questi monti per vincere. Ma nemmeno per bere qualcosa.

– Io ci vado piano se ho voglia di andare piano, – ha replicato lui. – Proprio tu vieni qui a fare culo e camicia con le salite. È questo che mi dà fastidio. Asmatico, ex fumatore a pezzi, sei tu che vieni qui e ci prendi tutti per il culo.

Ho guardato la salita con la coda dell’occhio che passava sotto la visiera. Per arrivare in fondo ai tubi mancavano una ventina di passi. Cinque, se ti mettevi a saltare. Il sesto sarebbe servito per fare bella figura al Trofeo della Ciuenda. Siepe.

– Ehi, amico, – ho detto a Edi, fingendo più sicurezza di quanta ne provassi, – Scommetto che secondo te io supero la staccionata coi buoni dell’assistenza pubblica.

– Non ci avevo pensato, – ha risposto.

– Bè, non è vero. Ho il mio stile da sfoggiare.

– Congratulazioni, – ha detto, – però, come unico mio parente, vedi di non sbarazzarmi del solo bene materiale che possiedo.

– E questo che cosa vuol dire? – ho chiesto a muso pallido.

– Non ti ammazzare.

A quel punto ero già ricoperto da grosse patacche marronastre. Bisognava soltanto trovare il momento per far entrare in scena le Gemelle Bacchette. E su come ho superato la staccionata è meglio sorvolare.

#

Probabilmente speravo che la salita dei tubi sarebbe stata la rampa più difficile da sbarcare, stando a vedere la fotografia qui accanto. Ma nei chilometri successivi, quando ho dovuto avventurarmi tra una serie di mulattiere in pietra, ho capito che tutto quello che avevo preparato con gli allenamenti non mi sarebbe servito quasi a niente.

Per la cronaca, la mia preparazione si svolge sui pendii della provincia di Milano. Le scale di casa mia e il MONTE STELLA. E me li sparo su e giù con un metodo che è una scienza esatta quanto il gossip.

– Preparare non è proprio il termine esatto. – Dice ora Edilio.

– Infatti. – gli rispondo.

– Nel tuo caso, preparare è nuotare nel bidè e uscire in mare aperto.

– Credo si sia capito perfettamente adesso. Però lasciami andare avanti.

– Così abbiamo chiarito anche che testa c’hai.

– Edilio, cazzo!

Okay. Diciamo che sono uno psicotico. Lui però non ha collegato il fanatismo suo, con la mia devianza. Eccheccazzo. E se una sola parola di tutto questo fosse vera, non importa quale Nobel, ma ad uno mi ci dovrebbe far arrivare più vicino. Almeno un millimetro. Sicuro che sì.

– Cerca di mettere assieme una storia concreta, – dice Edilio, – e forse potrai giocare a Lakatos nel tempo libero. Dai, forza. Come continua.

All’indomani della staccionata, disposto come una faccia in fiamme, venivo raggiunto da un’idea vaga. La stessa che ha generato questo pezzo.

– Bè, Eddie, – gli avevo detto lemme lemme, – anche se non è la soluzione perfetta, la montagnetta è la palestra migliore che abbiamo a disposizione. Ed è la stessa che continueremo ad usare. D’altronde il domicilio crea uno strano legame col territorio che non mi sento di tradire proprio io.

Ogni pietra costava venti, trenta minuti di vita. Una pietraia di cento metri poteva costare un mese intero di vita. Dovevo avanzare così, passo per passo. Potrei dire, con una lingua povera che capta ogni minima increspatura del mondo sensibile sul terreno radente, a volte si impiegava un’ora intera per conquistare una salita di cento metri.

E nella nebbia ruvida mi ripetevo, la mia volontà è il moto lento e inesorabile degli oceani. I miei muscoli e i miei tendini sono cavi d’acciaio.

Ops, ho svelato un altro mio segreto.

Vabbè che sarà, ne ho buttata giù una lista intera.

Pure uno porno, non ve lo dico neanche che lo ha elaborato Edilio. Per lui le due cose, sport e sesso, sono legate. E non vi dico nemmeno cos’è, chiarisco soltanto che si tratta più di una immagine dotata di movimento. Alla moviola. Una donna orientale traslucida di unguenti che mi si struscia addosso nuda. Giuro che questa immaginazione non è accettata da me, penso che sia selvaggia. Ma in qualche maniera l’altro assolve entrambi.

Tanto più che se il meschino me la offre mentre sto soffrendo cosa devo fare? Cedo no.

Questo giro avevo pure il problema della cannuccia rotta.

La mia camel bag era superata. Lo sapevo. Il sacchetto gommato per l’acqua era rotto e l’avevo riparato dove s’infilano le cinghie di velcro. La cannuccia invece si era fatta trovare spezzata quando ormai ero in gara. Per dire partito. E bagnato sulla panza. Conciliato a sospettare di non essere un Einstein. Forse nemmeno il suo modo di trattare l’aria, specialmente quella dell’ano legittimata a passare di lì della flatulenza. Quanto bene mi voglio, eh?

Ad ogni modo. Tutto questo era per dire che avrei dovuto comprarla nuova e lo sapevo.Ricordarmelo mentre stavo correndo era bastato per darmi del coglione di netto.

Sgambetto di una radice, domando e dico all’unico interlocutore che abbiamo tutti quanti, per l’occasione era Nostro Signore, – Indecenza verbale che talora ci rapisci allo stato civile, non decidi tu quando ti si aziona.

E Nostro Signore mi aveva replicato, – Intelligenza che talora rapisci l’uomo allo stato triviale, non è costui che decide quando ti si aziona vero?

Edilio mi aveva osservato com’ero dentro la scatola cranica senza una risposta, mi era venuto di puntare lo sguardo della mente ai piedi. Come si fa con gli occhi quando si corre per le vie di montagna. Evitando d’inciampare possibilmente.

In quella configurazione lo ero da un po’, come quando si vorrebbe che i sensi rifornissero meno stimoli. E si usa un altro tipo d’immaginazione. Talora ci rapisce tanto alla realtà circostante che non riusciremmo a percepirla nemmeno se ci suonassero intorno mille clacson.

E anche qui mi chiedevo.

Chi ti aziona?

Come funzioni se parti anche quando i sensi non ti riforniscono di stimoli e materia?

Perchè?

– Per non sprecare il buio. – mi aveva detto Edilio dispettoso.

Ed io crocifisso, – Secondo DurANTE, sarebbe Dio che la orienta in noi umani.

– Ma tu hai una mente talmente risucchiata nella pancia che c’è ben poco di divino nelle tue visioni.

E infatti, puntato lo sguardo ai piedi, mi ero messo a ricordare.

#

Quanto segue succedeva mentre traguardavo il percorso senza intravvederlo.

Con la memoria ero tornato a mercoledí, quando faceva freddo e il mio socio Edilio stava interrando piantine e coltivando l’idea dell’omicidio.

Dico questo perchè a me non passa manco per l’anticamera del cervello di vivere fino a novant’anni. Ma chi davvero si occupa di questo genere di lavori da roseto, tipo scavare un buco e interrarci dentro qualcuno, è lui. É più buono di me per le faccende da peccatori all’inferno.

La questione era funzionata così: la vita ci aveva consegnato questa manciata di merde e noi le avevamo prese e sospirato e ci siamo girati a guardare se il merdaio era tutto lì, e invece andava da dove ci trovavamo noi fino a una qualche parte a est della prateria mongola. A Eddie non era venuto nemmeno voglia di rimboccarsi le maniche. Si era concentrato e pensava che certa gente la infilerebbe volentieri in una cavità insieme alle merdine, non troppo distanziati.

Fisio, il fisioterapista, ovvero la merdina numero uno, ci aveva tirato il pacco tre giorni prima della corsa.

Merdina numero due, l’editore unico al quale avevamo messo in mano il nostro romanzo, dopo soltanto sei mesi, aveva risposto con un rifiuto alla pubblicazione così gentile da far scattare quel pensiero di divertirsi col grilletto di una pistola. Ripeto, questo Edilio. Io non mi permetterei mai di pensare una cosa del genere. Lui invece sa bene che talvolta non gli vengono fuori i soliti pensieri a base di cioccolato e donne disponibili.

Poi però lo avevo interrotto io.

Gli avevo battuto un colpo sulla spalla e detto – Ho pensato che magari è l’ora di fare una pausa.

E lui, dopo aver puntato l’indice sul fondo del merdaio, aveva detto, – Sono stufo di essere mandato al diavolo dalla vita.

– Non posso biasimarti, – gli faccio ancora io. – Ma a meno che non riesci a sotterrare anche me con le merdine, fine che io non voglio fare, è ora che ti tiri su.

– Preferisco tenere la schiena piegata e continuare a non resuscitare.

– A parte che, pare, non sia mai successo. Ma se proprio non ti ci costringi da solo, finirai per dare a me l’onore di prenderti a calci in culo.

– Ovviamente, noi due siamo amici no?

– Si ma per questo tipo di lavoro l’amicizia è utile come stirare la piega su un paio di jeans. Non migliora le cose.

– Ovviamente no.

Aveva ragione io.

E nemmeno il sole sopra di noi dava una mano d’aiuto.

Edilio aveva sistemato nel terreno l’ultima merdina del merdaio, aveva sollevato la schiena e si era avviato giù con me, per il lungo campo erboso, passando davanti alle schiene chine di Editore e Fisio che avrebbe tanto voluto inculare.

Nota a margine.

Bloccare la commedia in uno schema, più che sbagliato, è impossibile. Appena si tenta, le linee di narrazione cominciano a slittare una sull’altra, a sfalzarsi nei nostri occhi. E mentre ora bisogna badare alla sacra favola, allora continuavamo a correre sui monti, verso l’inesauribile sorgente dell’essere.

Eravamo ricoperti da grosse patacche marronastre, o quasi.

E bisognava soltanto che trovassimo il momento per far entrare in scena le Gemelle Bacchette. Ma questo l’avevamo già detto. Se non sbaglio.

#

Conformando i miei passi a quelli già spenti dei miei predecessori, ero uscito da un banco di nebbia ruvida. Unica polvere da mordere vista l’umidità tanta, e la neve che scendeva. Come pioggerella terrorizzata. E come una nave che si arena sulla spiaggia, avevo piantato le orecchie nella nuova cornice.

Giusto per capire se c’era qualcuno in vista. Nessuno.

Zio perdo la memoria. Se non sbaglio avevo doppiato il mezzo del poema. Non mi ricordavo chi ero e tantomeno come fossi incastrato in quella storia zio. E aggiungi l’equitazione. Anzi no zio toglila. Si procedeva a piedi, di questo ne sono più che certo zio. Cazzo pareva che il terreno mi stesse masticando le ascelle. E quindi? Cazzo non mi ricordo più cosa stavo dicendo. Ma so che sto sostituendo zio con cazzo e a breve prenderò questa brutta abitudine. Ah si, l’equitazione. Ora il vuoto va riempito con: equazione e un defunto con uno spettacolo porno in testa offerto dal reverendo Edilio. Il quale non si prestava più alla parte dell’assassino come avrebbe fatto entusiasticamente prima.

Non sempre lo scambio riesce.

Epperò io avevo urgente bisogno di darmi una carica, se non volevo fare quella fine. Quella di defungere. Senza nemmeno avere il tempo di switchare filmato sul monitor incorporato.

Cazzo, cazzo cazzo.

Quando avevo posto il mondo in questo ordine di valori, cioè ad ogni ristoro, mi ero caricato di un quintale di cioccolato. Un pezzo alla volta in realtà. Cioè molto più di quanto ne mangio nell’arco di una settimana. Ma il risultato era stato che le fratture di cacao, buone, non erano bastate.

Quindi mi chiedevo, – O mia energia, perchè ti dilegui?

Per altro, tutt’oggi ho una riunione sindacale convocata dal fegato sulla mia faccia, un brufolo orrendo.

Ma torniamo a prima.

– Ecco ἐνέργεια (enérgeia), – Edilio mi faceva il verso, esagerando col recitato. – dicci perchè ti dilegui?

– Ehi bello, cazzo sfotti. Intanto ci siamo portati in cima a tutte le rampe finora.

– Appunto. Finora.

– Guarda che finora non è una bestemmia. E anzi, se proprio te lo devo dire, sarà pur vero che non pesi un cazzo ma sono sempre io che ti ci sto portando.

Basta polemizzare. Avevo qualcosa tra i denti che mi dava fastidio. E m’ero dovuto togliere pure un guanto per togliermi quello che mi ci si era infilato dentro. Correndo.

Poi era stato un tubo il dove a momenti ci ammazziamo.

Quel tubo attraversava il sentiero come un mulo interrato e particolarmente spietato a mostrare solo la schiena, una gobba non molto diversa dal nero e dal ghiaccio. Doveva essere uscito in superficie dopo una turbolenta e fangosa ondata di gente, e quasi aveva ucciso Eddi e me intendo. Così l’abbiamo chiamato maledetto.

Due tra le vittime furono i nostri piedi, che non avevano avuto un appoggio perfetto in vita loro. Ma qui si erano mostrati parecchio sotto tono. Io, al contrario, ero stato cagionevole per tutta l’infanzia finché non iniziai a irrobustirmi, ed Edilio era sempre stato piuttosto eterico. Comunque sia, uno dei quattro si è appoggiato al terreno nel punto sbagliato. E quel dannato tubo, che ci passava sotto come se fosse gelo, ha colto tutti di sorpresa. Abbiamo iniziato ad avere fretta di scendere e a produrre un suono simile a quello di un fischietto scassato. E nemmeno tentavamo di respirare. Ma la cosa peggiore, dopo essere rimasti fermi a guardare, erano tre picchetti di ferro a terrorizzarci.

Uscivano dall’inferno per la lunghezza di un braccio.

Sbattere lì, e non poter fare un accidenti. Onde evitare di spaccarci la faccia, non avremmo dovuto nemmeno sfiorarli.

La paura aveva attraversato tutto il tronco come se fosse a caccia di adrenalina. I muscoli parevano ammucchiati fuori dalla carcassa, caricati su bardotti e trasportati via in fretta e furia. Per un caso, quando nessuno ci credeva, ci ritrovammo con uno di quei picchetti infilato sotto una bretella dello zainetto. Senza fare altro danno che tenerci appesi come le balle quando penzolano per il troppo caldo della febbre.

Sì perché, ferma, lo era stata più la volontà di scansare il pericolo che il grande complesso di organi e muscoli in caduta libera.

Qualche Bubo bubo si deve essere messo a ridere.

Mentre un trio di corridori di passaggio, che si erano fermati senza dire il loro nome, uno era troppo lontano per farlo sapere a voce, voleva sapere come stavo. Generalmente parlando, capire cosa sente davvero la gente è difficile, in quel momento però, siccome un tubo aveva fatto scivolare un’anima, anche quei vivi si erano sicuramente spaventati.

Avessi dato un momento di ribalta alle Gemelle Bacchette magari ci saremmo schiantati al suolo. Invece no. E oltre che ricoperto da grosse patacche marronastre ora ero pure tumefatto.

Alla fine, ci siamo alzati e abbiamo comunicato agli astanti che ognuno poteva proseguire verso la propria destinazione. Per il tizio lontano abbiamo esposto le braccia alzate a mò di cartello OK.

#

Scendendo a valle eravamo usciti da quel capannone d’aria abbastanza freddo da trasformare l’alito in nuvolette di compensato.

Cosa sia successo nel frattempo è piuttosto difficile a dirsi. Più o meno una compressione geologica dello spazio mentale.

Per dare un’idea di quanto schiacciamento si è trattato, basti pensare alle centinaia di chilomentri che separavano la Linea Canavese dal Fronte Pennidico quando erano ben stesi a terra. Dopo l’orogenesi sono diventati i 70 km che hanno permesso a Linea e Fronte di fare amicizia.

Linea & Fronte.

Una voce, che non sarebbe potuta essere di nessun altro se non quella dell’amico mio, che spesso mi versa pace nel cuore, aveva detto, – Qui si sale.

Pace e stanchezza.

– Bella scoperta. – Avevo risposto.

– E quello è sangue.

Era vero.

Nella valle attraversa dai micascisti, di fianco al forte di Bard, qualcuno aveva lasciato goccioloni rossi sopra i terrazzini di tinta bruno ruggine. L’accostamento cromatico era perfetto con quelle rocce.

– Si beccherà una multa? – Si era chiesto il socio.

Bè, chiunque fosse costui, non stava mica riempiendo l’aria di fuliggine o inzaccherando il fiume di coloranti chimici.

Ciò detto, il regolamento parla chiaro. E se non rischi la decapitazione quando spargi pattume in giro, purtroppo la sola eliminazione non per tutti è sufficientemente grave da non alleggerirsi di mezzo grammo, secondo me dovresti. Ma questo lo penso io.

Al momento Edilio m’aveva strappato un sorriso. Tutta questa risposta, no. Una volta tanto, mi aveva semplicemente aiutato a passare il tempo. E tutto sommato, sometimes, non mi dispiace stare con lui. Anche se stare perennemente seduti sulla stessa sedia è scomodo.

Lo spazio sotto i piedi scorreva. Lento ma scorreva.

Percorrevamo una pendenza che fino a qualche ora prima non avrei mai definito falso piano. Accusavo un dolore all’altezza del fegato. E la lampadina dell’energia si era indebolita parecchio. La mia volontà no. Dovevo tornare a casa. Ero il moto lento e inesorabile degli oceani. Casa mia è la Regina dei Popcorn.

Rivolto ad Edilio gli ho chiesto, – Vorrei sapere se arrivati al traguardo puoi prestarmi cinquanta centesimi.

– Basta che tu non te li beva.

– Devo lanciarli in aria quando arrivo.

– Se mi hai fatto fare tutta questa strada per lanciare in aria cinquanta centesimi, provo a vedere se riesco a infilarti le Gemelle Bacchette su per il culo. – Poi, girando la testa, aveva detto, – Zuccone.

E io avevo pensato, se il momento per far entrare in scena le Gemelle Bacchette deve essere questo, perchè no. – Prima lasciami mettere la vaselina, eh?

#

Spesso va così. Quando sono a letto penso. Soprattutto se le anche mi costringono a puntare lo sguardo verso l’alto perchè non riesco ad appoggiarle.

Sdraiato sul materasso ripensavo all’arrivo. Mi vedevo dal punto di vista di Bubo bubo. Il rapace notturno più di tendenza in Europa. Affettuosamente chiamato Gufo Reale, non per i suoi 70 centimetri di destrezza. É che va in giro agghindato con un piumaggio uniformemente bruno, indossa calzoni a striature più scure e un casco marrone da minatore.

Nell’occasione me lo immaginavo dove abita, un vecchio nido, dal quale mi osservava in modo molto lento e meticoloso, scrivendo annotazioni sul suo quaderno di poesie. Per segnare se avessi la tempra necessaria a sopravvivere nei boschi montani poco frequentati. Dove sta lui diciamo.

Non credo abbia trovato molti elementi a mio favore. Più che altro, nessuno.

Arrivare in fondo mi aveva richiesto un tempo di poco inferiore alla traversata della Mongolia in groppa a un cavallo morto. Ero coperto di fango e stanco per aver sollevato i piedi su un terreno più scalinato che molliccio. In altre parole, ormai note, ero tumefatto e ricoperto da grosse patacche marronastre. Così avevo affrontato il ponticello dal quale eravamo partiti strisciando quasi nove ore prima.

Alle sette del mattino.

Fortunatamente avanzavo leccando il terreno soltanto sul versante interno delle mie carni. Altrimenti, con la vista che si ritrova Bubo bubo, si sarebbe alzato in volo a beccare me, verme gigante, e mangiare.

Più fortunatamente, invece, mi sono trovato di fronte Simona che mi aspettava lì vicino.

Quando la Regina dei Popcorn ha visto arrivare Me lo Zuccone, le sue braccia si sono alzate in aria con la rapidità del Bubo bubo quando parte in decollo. Lei però si era semplicemente girata su se stessa. Diretta vero la linea del traguardo.

Una cortina di calore riverberava, tremolando nella luce forte, la polvere del terreno sollevata dai suoi passi leggiadri. Il turbine divenuto per qualche attimo una cortina, si era poi posato lentamente.

Niente vero.

La cortina ce l’avevo in testa io, che ho persino lisciato l’ingresso del traguardo. Intanto che mi avvicinavo, umidità e freddo nel cervello permettendo, vedevo la Regina dei Popcorn portarsi dall’altra parte del traguardo. Operosamente aggrappata al suo telefono. Non mi reggevo in piedi eppure, constatavo che se è vero che le donne sono campionesse di multitasking, il moto a luogo non è tra le attività in parallelo che riescono a gestire meglio con le altre.

Da questa articolazione lasca dei miei pensieri, per altro, si dovrebbe capire come sia possibile che non molto tempo più tardi avrei meditato sul baccalà e il lardo.

Comunque sia, da quella distanza, le sue dita parevano fare scivoloni su quel piccolo schermo. Non potevo sapere se la fotocamera fosse attivata, ma almeno pareva girata verso di me, e ..

.. e, di volta in volta, la corsa insegna quello che il corridore è in grado di capire. Il quale ignora e sa di ignorare come farà per raggiungere l’ultimo approdo. E come ogni altro passo, l’ultimo, non è una sintesi condensata dell’intera favola. Anzi, è corpo di favola. Della favola generale.

Cari ELETTRICI , grazie!

Ah, ultima nota di cronaca sportiva.

Brunod figlio ha vinto, Brunod padre, per quello che sa fare, è arrivato soltanto primo. Sono questi gli italiani che tento di raggiungere anche quando non mi battono di un pelo. Oltre che ammirare.

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One Comment Add yours

  1. Massi E. Monaco ha detto:

    L’ha ribloggato su Edilio Ciclostilee ha commentato:

    written by a very close friend of mine 😀

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