[DOLOMITI EXTREME TRAIL] Stile zoldano


Qualcuno deve pur darsi alla critica gastronomica, essere un convinto sostenitore della cucina italiana. Questo qualcuno, però, non sono io. Quanto meno non in queste righe d’avvio. Che mi piace considerare una routine, della quale ne ho fatto il rito dei ringraziamento. Quindi, ancora una volta, grazie! Grazie a tutti voi, i volontari della DOLOMITI EXTREME TRAIL. E all’organizzazione. A tema dei quali ne sparo una sulla distanza finale della corsa, anche se le orecchie vi saranno già fischiate abbastanza. Sappiate che se le palle sono girate a me, quanto a tanti altri, questo non toglie nulla a un trail fantastico. Un gioiello prezioso. Quindi, again, grazie. E grazie all’Italia che non molla mai, olè!

Stile zoldano rispetta una cronologia di massima, non rigida. I dialoghi sono stati mischiati sullo sfondo dello stesso argomento della durata di ore o anni. Ma che l’unità di misura in fiati li trasforma in istanti. La qualità dei pensieri è varia. Alcuni sono chiari altri meno, comunque distinti per via della posizione lungo la corsa. La libertà di sistemare la sintassi invece ha lo scopo di rendere le conversazioni più estetica e comprensibile. A volte ho attribuito materiale a Edilio altre a me, ma il tutto è contenuto nel diario di un affabulatore che racconta per vivere. Me lo Zuccone.

A Simona, custode gentile di me caos.

“Il problema con queste star è la notorietà. Quando ne hanno a palate non sanno più cosa sia l’educazione. Ma Edilio non ha varcato le Alpi con gli elefanti, non ancora.” – Mel O’Zuccone.

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Allora, dico una cosa.
Dove sta il problema se io e la mia compagna, che tra parentesi è una bella gnocca di soprannome Regina dei Popcorn e se rimani sul culo a lei rimani sul culo anche a me, dove sta il problema – dicevo – se ci ritagliamo del tempo insieme e una fetta della nostra torta la condividiamo con mia madre?
Per gli acciacchi che ha potrei rinchiuderla alla Baggina. Ma chi è l’infame che ce la può fare?
Non io di certo, io non ce la faccio.
Foss’anche la mamma di un altro, si tratta pur sempre di una madre e chi se ne fotte se qualcuno penserà che sono un mammone. Che venga a dirmelo in faccia.
Un resoconto di com’è andata lo faccio.
Non tanto tempo fa le stavo illustrando com’era andata l’Electric Trail e ci bevevamo una tazza di caffè. Assolutamente vietato a questa Guru della propria salute. La quale, al contrario, è sempre ben contenta di buttarne giù una tazzina quando una goccia è già più del dovuto. Proprio come stava facendo davanti ai miei occhi. E, finisco di raccontare, e lei mi dice che tra non molto qualcuno le farà qualcosa che non è esattamente una manicure. E che quella stessa cosa gliel’avrebbero fatta in ospedale.
Combinazione me la vedo sul punto di morire.
Non solo decido che quando ci saremmo visti di nuovo avrei fatto meglio a non prepararle più il caffè. Ma al contrario di adesso, che me la sarei soltanto mangiata viva, incazzato com’ero con Mà, l’avrei trascinata ad un trail.
– Come mai? – le chiedo per aver conto dei nuovi esami.
– Ma perché non sono uscita dall’infanzia con tutte le facoltà intatte. – Spesso istruisce in metafora.
Chi ha presente il film dei Kramer, uno contro l’altro, sa con quale estetica era rappresentato un dramma familiare negli anni ottanta. I miei.
Ai tempi di mia madre, invece, si poteva amare a tal punto l’adorabile, preziosa e fuggevole innocenza di una bambina da non poter fare a meno di piantarla in asso, al brefotrofio, o con la nonna e due muli che non si parlavano manco a pedate.
Lei è cresciuta così.
Un anno dopo la guerra.
E le è rimasta una rabbia post bellica addosso che, perdio, è meglio non parlarne di quanta ne abbia ancora in corpo.
Corpo da Grassa che non da adesso minaccia di piantarla in asso pure lui.
Come mai?
Anche qui, chi ha presente l’ultimo film di Moretti vada avanti. Per tutti gli altri, istruisco io.
L’è stata riscontrata una situazione cardio polmonare da atleta della fossa. Tanto che non si spiega come cazzo riesca a campare con un cuore che farfuglia a mezza bocca la cifra di ossigeno che dovrebbe far circolare. E i polmoni le formicolano in mano.
Sulla cima del Monte Stella, ad esempio, lei già non ci dovrebbe andare. Ma quanto è vero che Buddha è grasso, per una volta è colpa mia se ha disubbidito ai medici. Me la sono portata in montagna. L’ho mandata a fare in culo tante di quelle volte per niente, in passato, che mò c’ho voglia di godermela prima che schiatti.
Ecco come è andata.
E aggiungo ancora una cosa, poi ho finito con questo sottobosco iniziale. A sentire lei, Grassa Guru Mà, ora la sua vita è così, migliore di un urinale o un pappagallo.

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Ci siamo quasi.
E basta con i vasi da notte, promesso. Per non fare padella, ora ci vuole una faccia ballerina e il palio delle guance. Prima di cominciare, però, devo introdurre anche l’ultimo dei quattro protagonisti di questa corsa.
Non è a livello dei Glass e dei Caulfield perchè non mi comporto abbastanza come se il mio personaggio immaginario fosse vivo anche fuori dalla pagina scritta. Potrei essere più convinto della sua esistenza, quanto lo era Salinger di Holden. Ma non ci riesco. E il motivo è semplice. Non ho tutta la sua sensibilità e quel cazzo di talento che si ritrovava costui.
Sebbene l’infanzia non abbia dato nessun tipo di base solida neanche a me. Che infatti non mi comporto seriamente nemmeno da sportivo.
Certo che correre mi piace.
Ma non riesco a prendermi troppo sul serio e si deve sapere che noi due, Edilio ed io, siamo a dir poco un disastro sul piano agonistico. E non ci proviamo nemmeno a a fare quelli tutto spinta e grinta.
Risulteremmo degli invasati.
Con questa storia, vogliamo soltanto dare una voce a quelli che stanno in mezzo a dei casini di testa e sanno che la loro parte di guadagno nella vita spesso non c’è più. Ed è un brutta storia.
E l’invito che facciamo, chiaramente a tutti, è di restare. Ma chi avesse un mezzo desiderio di farsi una scampagnata di luoghi con la nostra mente è meglio che molli il tracciato adesso. L’intenzione che abbiamo noi è di sistemare questioni altre con le chiavi della scrittura infilate nella toppa della corsa.
Di muscolari qui ci sono i sentimenti e basta.
E Basta.
Dove sono rimasto con Edilio?
Chi è. Cos’è.
Diciamo che vive nei bassi fondi della coscienza e da lì migliora la mia vita come riesce. E mi governa per quello che riesce. A volte non mi dispiace neanche. Purchè il capoccione non prenda la situazione in pugno completamente, altrimenti sì che i miei cazzi sarebbero grandi. Qualcuno della mia famiglia potrebbe decidere di chiamare il tizio che di solito entra in scena con i matti, quello bravo. Non nego di esserci andato molto vicino in passato. Ma ora non so quale sia la situazione più probabile. Non punterei su una in particolare, almeno non adesso. Magari no, ma magari va tutto liscio. Magari questo trail lo porterò a termine e lui mi darà una mano.

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É giovedí mattina.
Mancano un disastro di giorni alla partenza della DXT. Sono sveglio da un secondo neanche. E mi sento dire, – Come stai? – La domanda gentile, sondava il terreno. Tipico dei buzzurri e giocatori d’azzardo, delinquenti e puttane e di quello scassa minchia di Edilio.
– Miglioro. – Gli dico io.
– Che tragedia.
Ecco cosa significa avere un socio nella testa che ti spara questo popò di umorismo.
– Beh, ti rigrazio Vianello! – E senza pensarci due volte aggiungo, – Sei più una merda tu o pazzo io col botto?
– Mah, – fa lui, – dare una risposta qui non è semplice.
Esattamente.
Ma non esattamente.
Era la questione ad essere un’altra che, se vogliamo, era persino più semplice.
Il lunedì precedente avevamo fatto degli scatoloni in ufficio. C’avevo dato dentro duro senza pensarci, al solito. Dopo di che mi sono venuti tutti i dolori di questo mondo. Le ginocchia. Viti & bulloni. Ma per farmi compatire meglio dicevo che era la schiena a farmi male. E lui, Eddie, ha cominciato a prendermi in giro.
Purtroppo per me non potevo staccargli la cervice senza che perdessi i battiti anch’io.
Comunque sia, era la coscia destra ad essersi acciaccata pesante. Anche se non zoppicavo.
Quando il mio fisioterapista Filo me l’ha tastata aveva contato un paio di contratturine che alla fine del trattamento diceva di avermi aggiustato. Sul momento non è che mi avesse convinto troppo. Al contrario mi pareva che il rivestimento del femore stesse cambiando la consistenza in legno.
Ci mancava solo questa.
E se mi fossi beccato anche le carie tipiche di quel genere di fibra? Sarebbe stato meglio compromettere la meccanica con un paio di scarpate alle ginocchia.
– Tranquillo, dolcezza, – mi fa Eddie battendomi una pacca sulla gamba, – Se proprio devi indurirti, tanto vale che ci facciano secchi insieme.
– Ha ha, idiota! É da mezz’ora che non sento male.
– Che fortuna.
– La fortuna c’entra ma è il ketoprofene che non fa miracoli solo ai denti. E non ne sono allergico. Come invece lo è la Regina dei Popcorn. Lei non lo può neanche annusare altrimenti si gonfia in un modo che, credimi, anche per un Troll sarebbe difficile darle un bacio. Vedessi le orecchie.
– Lo so, – dice Eddie, – diventano come quelle bistecche che ti arrivano in tavola ricoperte da una impanatura abbondante. Del resto tu non ti fai troppi problemi a distruggersi lo stomaco. A quanto pare. – E fa ancora lui, – Ma guarda che, – temo non per tenermi su di morale, – il tuo fasciame tendineo è ridotto al marcio e non durerà ancora per molto. Tu lo sai. O vorresti sostenere il contrario?
Per quanto mi avesse fatto scendere la voglia di ogni cosa, devo ammettere che tutto il mio apparato corporale non era messo bene. Purtroppo è un edificio logoro e assai modesto. Nemmeno gli interni sono sempre stati impeccabili. Anzi. E non solo a livello muscolare. Da ragazzo, un’abbondante logorrea cellulare è stata parecchio critica nei confronti di uno dei miei due zebedei. Detti anche testimoni della virilità. O didimi, granelli, marroni, palle. Insomma, uno dei due testicoli se n’è andato a farsi fottere che avevo ventisei anni.
Ma va bene così.
Tutto sommato l’altro ancora c’è. E la storia che l’orgasmo è una questione di coglioni non è proprio così vera come se la raccontano da espertoni i pischelli.
– E comunque sia, – riprendo il discorso io, – se sono fatto così cosa ci posso fare. Dovrei farmi le seghe al parco? Diventare un monaco? Intendo chiedere se devo lasciar perdere con la corsa e tutto quanto il resto. A parer mio, non credo proprio. Come non credo che.. Ehi! Lo so anch’io che questo discorso sta cadendo nel patetico. Ma quando raggiungo questi picchi, di solito, poi chiedo scusa. E sto solo cercando di dire che anche un’attrezzatura fisica non fatta benissimo può cavarsela su un tracciato di montagna. Nessuno, volendo vedere, è immune dalle difficoltà. Nemmeno quel Kìlian che fa cose da pazzi. É che io non mi paragono a lui ma, l’ho già detto, mi specchio in quel pazzo di Salinger. Quello sì che, al suo confronto, mi fa diventare più buono a scalare montagne che pigiare tasti. Dove in realtà vado meglio. Ma non benissimo.
– Cazzo, l’hai fatto di nuovo. Hai tentato di farti biasimare.
– Sì ma un pochino soltanto, dai.

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Siamo sempre a giovedí.
Seghe al parco non me ne sono fatte. C’erano già troppe cose che dovevo fare per prepararmi e, ozio per ozio, ho preferito dare un’occhiata alle previsioni.
Per fare qualcosa di nuovo, quelle degli ultimi due giorni si erano rivelate sbagliate. Mentre per il giorno della corsa davano pioggia. Quindi, fingendo di avere il paio al completo, potevo giocarmi le palle che sabato non avrebbe piovuto.
Più tardi, alle cinque del pomeriggio, Edilio ed io ci eravamo messi sulla strada in attesa di Grossa Guru Mà. Passata la quale, non restava che andare a prendere la Regina dei Popcorn. Solo un quarantottesimo di giornata later, trenta minuti più tardi, anche lei era già in macchina con noi.
E già che tentava di appisolarsi.
La mia compagna non è proprio il tipo che si tiene in contatto col mondo quando la portano in macchina. D’altro canto, però, fare la Regina porta via un sacco di energie. E se la demenza dei Popcorn è in grado di far risaltare l’intelligenza dei Minions, anche un tipo tosto come Gengis Khan sarebbe stato già cotto a quell’ora.
– Giornata pesante? – Le chiedo io.
– Lasciamo stare.
E tace.
Quattro ore più tardi siamo finalmente fuori dall’infilata di autostrade che ci avevano portati fino a Ponte nelle Alpi. In anticipo sulla tabella di marcia per la gioia di tutti. Anche la padrona di casa Laura ci aspettava più tardi. E quando le abbiamo annunciato di esserci quasi, quasi quasi si mette a esultare. O meglio, lo aveva fatto dandoci dritte che servivano a rigare sull’ultimo tratto di strada.
Guidando io, su per giù, non mi potevo sbagliare.
Dopo di che il navigatore ha indicato una direzione, io ho detto gatto, e all’imbocco di una statale mi sono infilato nella direzione che non andava dove mi aveva detto Laura.
Ma che palle!
E ora vai a incolpare la tecnologia di essere senza un cervello. Sta di fatto che mi si sono imbruttite le punte angolari delle labbra. Per il resto si era trattato di fare un bel pezzo di strada prima di poter tornare indietro.
Poi ho messo il fiato all’ingresso di una conformazione geografica nota come gola e lì l’ho lasciato. E alla mia bocca avrebbe fatto comodo una stampella.
Non riuscivo a staccare gli occhi dal sunset.
– Ohhh. Bene. Ok. Io me ne resto qui ad aspettare che mi vengano a prendere gli angeli perché quella cosa che pompa al mio interno c’è rimasta. Secca.
– Non ci pensare nemmeno, – dice la Regina dei Popcorn. – Prima che faccia buio vorrei mettere qualcosa sotto i denti.
Le presenze rocciose davanti a noi erano imponenti, paragonabili a un predicatore che regge una Bibbia con la mano che non ha il dito puntato al cielo. Si sentivano addosso, come qualcosa di spirituale. E sotto quelle montagne il verde era così bello da non poter credere che fosse vero.
Dio che spettacolo.
Forno di Zoldo. Arrivati.
Il B&B Ai Lali era sistemato proprio sulla via principale. Non era per niente piccolo.
Piantata la macchina in mezzo alla statale, La Regina dei Popcorn era scesa. Aveva citofonato. Parlato. E consegnato il messaggio a noi.
Piovigginava.
Scaricati i bagagli, girata la macchina, avevo parcheggiato non molto lontano.
Poi Laura ci ha introdotti nell’appartamento e, appoggiati i bagagli, ha spiegato un po’ di cose.
Finito di parlare mi sono accorto di averla seguita con un buon grado di apprensione e di saperne di più sul programma del Trail che della casa.
Mi spiego meglio.
Suo fratello faceva parte dell’organizzatore. E lei si era preoccupata che fossi al corrente di tutto. Primo.
Secondo. Nello stare dietro ad ascoltarla, le sue inspirazioni si prendevano certe ferie prima di cominciare che sentivo il bisogno di darle una mano a respirare. Pareva funzionare a sigarette. Ad ogni buon conto, del suo approvvigionamento polmonare non doveva interessarmi più di quanto era stata gentile con noi.
Al volo la Regina, la Grossa e Me ci siamo catapultati al ristorante. Seduti dentro perché l’aria era piacevolmente fresca, ma troppo pungente. Al tavolo eravamo col golfino addosso, e io e la Regina ci tenevamo la mano. Poi sono arrivati i piatti. Sopra un letto di cavolo cappuccio c’erano dei canederli belli carichi di sugo. Io cullavo il piacevole ricordo dei pasti consumati a Vicenza e Arnad – Ultrabericus e The Electric Trail – baccalà mantecato e lardo. Ma pensavo anche che il dolce che sarebbe arrivato a fine pasto non avrebbe fatto per niente schifo.
Anzi, ero sicuro del contrario.

– Così, queste suore hanno cercato di uccidervi? – Aveva detto La Regina dei Popcorn a Grossa Guru Mà.
Pare una frase buttata lì a cazzo ma è vero il contrario. Lo posso assicurare.
In quanto i ricordi che mia madre ha della sua infanzia, fino ai quattordici anni, sono tutti stipati dentro un collegio di sorelle. In Sicilia, a Caltaggirone. Parliamo della fine degli anni quaranta e tutti i cinquanta. E loro due già stavano parlando di questo durante il viaggio in macchina.
Grossa Guru Mà le ha sorriso, – Pensi davvero che sia una conversazione da fare la sera a cena, tesoro?
– E perchè no?
– Ah! Allora sappi che quelle suore ci hanno conciato la psiche per le feste. Senza dover prendere di mira soltanto la testa. Se capisci cosa intendo.
Pattoni e sberle. Questo intendeva.
Ma anche le punizioni corporali.
Posso testimoniare che lei non ricorda cosa cantasse Bob Dylan ai suoi tempi. Ma nemmeno le importa, e oramai se ne è anche fatta una ragione. Semmai, quando Grossa Guru Mà va a cercare il pelo nel suo passato, ti deve dire qualcosa di quelle suore. Che non facevano altro che berciare e che non avevano un cappello da cow-boy in testa ma non dicevano cose tanto carine. Con quel vestito sulla capoccia che più chiaramente mostrava le grinze sul grugno di un orecchio storto dentro la cuffia.
– Si erano messe in testa di doversi vendicare su di noi, pur di salvare la faccia e poter dire al loro capo che non avevano peccato. Ma che erano state brave a recuperare le pecorelle smarrite. Secondo loro le sbeffeggiavamo con la richiesta di fare pipì. Manco avessimo una maglietta nascosta sotto la divisa con stampato Guevara o chennesò. Scooby-Doo.
– Magari vi volevano soltanto educare.
Grossa Guru Mà le ha messo una mano sulla schiena e ha guardato storta la mensa davanti a lei, che non le restituì l’occhiataccia. Quando fissa in quel modo, è meglio tenersi lontani dai guai. Si preannuncia la terza guerra mondiale.
– Certo che sì. Si può girare la frittata e pensare i loro comportamenti a un livello più alto, che fossero per il bene delle pecorelle. Oppure, – si era fermata un attimo, – oppure ci diciamo che le cuffiettone erano donne insoddisfatte e siccome potevano rifarsela sulle ultime ruote del carro allora se la prendevano con i bambini. Convinte che le stavano dando per amore di Dio.
Che le persone di chiesa siano tutti quanti dei figli di puttana lei non ne è convinta sul serio ma su questo tema è impossibile ragionare.
– Cavolo, – ho detto io per abbassare i battiti, – e fortuna che ‘ste stronze non erano amanti del pulp come i simpaticoni dell’Isis. Vi sareste trovati con la testa posata su un tavolo e il resto gettato da qualche altra parte.
Se poi insisti a farle cambiare idea, ti dirà che nei sotterranei del suo collegio i muri servivano a nascondere ciò che le suore concepivano in combutta con i preti.
Non vorrei interrompere un argomento così rilassante, ma a proposito di tenere bassi i battiti, quale strategia bisogna darsi durante la corsa bisogna? Darsi da fare, questo è pacifico, ma bisogna anche affrontare ogni sorta di difficoltà, concentrandosi attimo per attimo su quello che si sta facendo, vigili, pronti a gestire la situazione con abilità e intelligenza. E tenere il cuore a bada è più che fondamentale, necessario. Come la questione della gamba. Non dovevo farla passare in secondo piano.
Buona notte.

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Per legge astrale, l’indomani mattina era venerdì.
Ci svegliamo, mettiamo la colazione in banca tutti quanti e con la cassaforte piena ci dirigiamo verso la zona Arrivo della corsa. Dove erano previste un paio di pratiche burocratiche come il ritiro pettorale e il controllo del materiale. Oltre che il deposito sacche e la prova scarpe Haglofs. Premio finisher.
L’organizzazione, giustamente, non si era fidata di una dichiarazione online del numero di fette. Per quanto l’avessero chiesto loro tramite il modulo d’iscrizione e per quanto internet sia diventato la nuova religione, la gente si sa come è fatta. Alla prima occasione storta non borbotta, ti spara. E se non può usare una pistola, ti lapida o ti taglia la gola.
Quindi – è il momento giusto per dire questo – non solo loro ci sono andati piano, ma siamo andati piano anche noi. Su per quella strada che passava alle spalle del paese.
Zoldo.
Eppure c’era chi saliva più lentamente di noi, ad esempio le due capocce bianche che abbiamo raggiunto. Una delle quali era una chiacchierona con una gran voglia di tirare dentro anche chiunque nella sua conversazione. E senza avere una pistola puntata alla tempia, si era presentata con un sorriso e l’età.
Ottant’anni suonati.
– Complimenti – le fa Grossa Guru Mà da parte sua.
L’altra si è girata lentamente, come non avesse sentito e chiede. – Di dove siete?
– Milano, – comunica da mia madre.
– Milano?
– Già.
Se Grossa Guru Mà avesse altro da dire non si saprà mai. L’apparato fonatorio della signora era arrivato quasi di corsa ad attaccare con una storia su un controllore. Anzi sul suo braccio mezzo amputato.
Non ne sapevamo niente. Pareva impossibile, ma ancora non sentivo puzza di leggenda metropolitana.
Chi era stato?, avevamo chiesto.
Un tizio, c’è stato risposto, che vagava per la città con una mannaia nello zaino.
Qui ammetto di aver dubitato.
Caspita, facciamo noi.
Un extracomunitario, conclude lei.
E qui che fosse tutta una palla galattica. Oltre che la spiacevole scoperta di come funziona quando a dare il benvenuto allo straniero c’è una persona che di cortese ha soltanto i modi. Il resto che vuole farti intendere, te lo rifila con una storia dal sapore amaro.
E mi sono schizzati i battiti.
Ora percepivo una sottile ostilità nei nostri confronti e in quel racconto ci avevo letto un invito non troppo velato ad andarcene via. Smammare.
Esageravo?
Può darsi.
Ma di smammato, al momento, c’era solo il mio piacere di essere dove ero.
Poi mi si sono gelate le vene e schiacciate le chiappe. Kabobo. Chi non si ricorda di quello che prese la gente a picconate continuando a sentire voci che erano solo nella sua testa. Anche in galera continuò a sentirle, quantomeno così pareva ai giudici dopo che aveva tentato di far fuori pure il suo compagno di cella e alla fine lo hanno dovuto spostare in un ospedale psichiatrico.
Tra l’altro, scrissero i giudici, l’uccisione dei tre passanti aveva provocato “comprensibile e intenso allarme nella cittadinanza”.
L’anno dopo ne era successa un’altra.
Un ragazzo Made in Italy girò nudo per strada brandendo, uguali uguali, uccello e coltello. Teneva entrambi in bella mostra dopo aver fatto fuori qualcuno anche lui.
Con ‘ste due cazzo di storie in testa avevo fermato le macchine nella sala decisioni affrettate.
– Ehi, ehi, ehi – aveva esclamato Grossa Guru Mà. – È in arrivo la cavalleria. – Una Panda. Che era spuntata da dietro una curva e ci aveva costretti a prendere contatto con il guard rail. Schaicciandoci di lato.
Nel frattempo che stavo lì, in attesa di vederla passare, rivalutavo tutta la situazione. Non ero più tanto sicuro che la signora ci stesse allontanando. Oppure sì? Comunque, un problema di elettricità alle sinapsi probabilmente non c’era. Sebbene la sensazione che mi era rimasta del suo spirito, non era con le fondine vuote.
Attaccati all’amico guard rail, passata la macchina, l’incantesimo si era rotto. La brutta sensazione di truce pure. E ci siamo salutati.
Noi tre abbiamo proseguito per la nostra strada. Che in cima portava dove si era palesata la zona Arrivo. Attrezzata degli stand che personalmente spero sempre di trovare. Se non c’è bisogno di sostituire qualcosa dell’equipaggiamento c’è la curiosità di scoprire prodotti nuovi o si vuole soltanto mettere mano al portafogli.
Pensiero che in altri tempi mi avrebbe fatto deprimere. Ultimamente non più.
Guardavamo la merce esposta in vetrina, o meglio, sotto le stecche. E in capo a tre passi siamo arrivati davanti al cancello di una scuola.
Grossa Guru Mà aveva detto qualcosa. Poi si è mossa lentamente verso l’ingresso ma a quel punto io ero già all’interno che procedevo con le mie pratiche. Mentre l’altra, la Regina, aveva preferito fare il giro dell’edificio.
L’orario era buono e dentro non c’era nessuno. In due minuti avevo già ritirato il pettorale e provato le scarpe che andavano bene. Precise.
Ora toccava solo di meritarsele.
Quando poi il clan si era ritrovato nel cortile della scuola, ognuno aveva condiviso la sua esperienza.
La Regina ci aveva dato info che sul fianco destro della scuola sostavano quattro file di tavoli lunghi fino a un palco. Un mondo noto, per lei, riguardo al mestiere.
Mentre dal tetto si vedevano bene le montagne.
Non ci si crede, ma questa era mia madre.
La quale voleva che andassi su anche io e già che c’ero facessi l’esame BIA-ACC. Io, lo volevo meno di zero. Sapevo già che il mio stato di acidità era al formaggio. Quindi, ho chiuso l’argomento all’antica.
Frignando.

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Non so come dire.
Perchè dare contro al programma se, nel pomeriggio, era previsto un convegno di divinità che non sono apparse. Dal punto di vista degli organizzatori, dare lustro alla corsa non faceva una piega. E già che c’erano, col calibro di questa gente, passavano un messaggio chiaro: che la DXT non sarebbe stata una passeggiata.
Un messaggio mandato nemmeno tanto reconditamente.
Ma non sempre le cose vanno per il verso voluto.
Come è stato anche con i top runners che sono saliti sul palco. Avessero testimoniato il falso, non sarebbe saltato fuori che la cascaggine di montagna non è una sofferenza bensì un esercizio di piacere.
Peccato.
Già prima delle quattro, di gente ai tavoli ce n’era. Eccome se ce n’era. Che se ne stava tranquilla ad aspettare. Accesa di sorrisi e birra. Per lo più in attesa di Sua Maestà Invernale Simone Moro. E se non proprio di lui in quanto sòma di carne e ossa, delle imprese di questo gigante che ti fanno slogare la mascella quando le racconta.
E con lui sul palco, sarebbe salita Tamara Lunger. Nonché la sua ultima compagna di arrampicate. Una ragazzona più sveglia del tizio che intervistava e molto più svelta sul K2 che con la lingua italiana.
Oltre ai già nominati runners, tra i quali era prevista la presenza di un altro soggetto speciale, Federica Boifava. Più i moderatori e il direttore di una scuola di buone maniere con sede nei boschi: Piero Trabucchi.
Per quanto strano possa sembrare, più che Moro, al quale l’inchino è doveroso al di là del titolo di Sua Maestà Invernale che gli ho dato, personalmente era proprio lo psicologo Trabucchi che volevo ascoltare. É dai tempi del reality The R.U.N. che lo seguo. Quello messo in piedi dalla Gazzetta qualche anno fa. E il suo lavoro sulla resilienza imposta un approccio alla corsa, non certo unico, ma con un abbondante buon senso.
Morale, lui non si è fatto vivo.
Come neppure Moro che è arrivato il giorno dopo.
E vabbè.
C’erano comunque un sacco di torte da mangiare.
– Quale preferisci? – ho chiesto alla Regina dei Popcorn che le guardava col desiderio di sdraiarsi sul tavolo.
– La bestiona – ha risposto lei.
– Affare fatto.
La donna al banco, di un tipo di mole alla Lunger, ci aveva spiegato come era fatta dentro e detto, senza troppe smancerie verso se stessa, di averla preparata lei. Già dall’aspetto, la fattura di quel bottino di farina, zucchero, burro, uova e aggiunte varie pareva proprio un risveglio dei sensi.
Mancava solo di affondare i denti. Cosa che non abbiamo aspettato molto per farlo. La Regina dei Popcorn ed io ci siamo diretti verso Grossa Guru Mà percorrendo un lungo corridoio di tavoli, fiancheggiato su entrambi i lati da file di corridori unleash, il momento era di svago.
Al tavolo anche Grossa Guru Mà sembrava apprezzare lo spettacolo del dolce. La Regina lo aveva notato e deciso di affibbiarle un sorriso. Poi ha proceduto con un morso.
– Il più bell’aspetto di questo dolce , – dice la Regina con la lungaggine di una bocca impastata, – è il sapore.
E che quel sapore avesse sortito un effetto uhm.. da urlo, glielo si leggeva in faccia.
Dopo poco, quelli che sono saliti sul palco ci hanno raccontato un sacco di cose. La Lunger, in particolare, era stata presa di mira da una raffica di domande alle quali, per un po’, aveva risposto con gentile pazienza. Persa la quale si è fatta scappare di non essere l’unica che avesse qualcosa da raccontare.
Personalmente non mi ero scorticato le mani ma l’avevo sostenuta con un applauso. Mi era sembrata genuinamente imbarazzata per l’attenzione eccessiva e che avesse la modestia tipica delle persone con uno spirito universale.
Muscolarmente invece, era tutta un’altra questione. Sotto i vestiti, le sue natiche ondeggiavano in maniera tale che ci si aspettava di vederle schizzare via come proiettili.
Bom, basta.

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Con la sveglia puntata alle quattro, alzarsi in pieno giorno non sarebbe stato puntuale.
E da solo non so se ce l’avrei mai fatta.
– Alzarsi, dai! – mi ha intimato Edilio manco fosse uno sbirro che doveva far uscire dal letto un branco di criminali.
Per un attimo mi sono sollevato con la testa. Cazzo di ora è, ho pensato. Non ce la potevo fare. Pure le chiappe avevano faticato a schioccare con un po’ di venticello.
Mentre rimanevo sdraiato a riflettere, con un braccio mi sono sbarazzato delle coperte.
– Ma dove sono? – Ho chiesto smuovendo la cappa d’aria afosa.
– Sei a Forno di Zoldo.
– Ahhh già!
– Ehhh sì. Dai carota, muoviti che ti è già passato un mese sotto il naso da quando hai sollevato l’orecchio dal cuscino. Ora dovresti far scivolare le terga fuori dal materasso.
– Non so mica se sono così sveglio da tenermi in piedi da solo, lo sai?
– Caspita se lo so, te lo si legge in faccia.
Non mi avesse dato una scossa lui, quel mezzogiorno, mi avrebbero ritrovato ancora sdraiato nel letto con la Regina dei Popcorn al mio fianco. Una tetta brancata con una mano e con l’altra piantata dentro le mie mutande. A tenerla al caldo.
E invece no. Avevo un impegno e questo induista che voleva farmi rigare dritto mi stava facendo persino girare le palle.
Pure se mi rivolgeva la parola col suo sorriso dei matti, – Datti una mossa, pistola.
Non so come dire. Potevo non dargli retta in ogni caso?
Intontito, mal vestito, avevo attaccato a cacciare liquidi in gola e caricare zuccheri come un acino d’uva che, in estate, lascia campo libero alla maturazione. Poi avevo dato un bacio alla mia compagna e una carezza sulla testa di mia madre. Erano le cinque e non mi pareva di aver letto qualcosa di simile alla gioia sui loro volti.
Nè che avessero intenzione di seguirmi in strada.
Valicata la soglia della casa, si sentiva arrivare musica dalla piazza. Con la voce dello Speaker al seguito. Durante il convegno, costui, ne aveva sparate parecchie di cazzate. Da prenderlo amichevolmente a mazzate. Ora invece, per quanto poco si sentisse in gara, gli si era infilata la malattia del superarsi e invece di cazzeggiare aveva l’adrenalina su di giri anche lui. Cioè aveva messo sullo stesso piano il compleanno del sindaco con l’onomastico suo.
L’aria non era un gran che fredda, in compenso la mia pelle tendeva a evidenziarne quel poco che si faceva sentire con una distesa di capezzolini. Sporgevano da sotto la cute. Con quella fenomenologia che, da vocabolario alla mano, si chiama orripilazione. E a seguire, viene marcata dal movimento del tremare. Leggermente, ma tremavo. Poi mi sono pulito il naso con le dita che, sporche di muco, erano scivolate sopra i pantaloni. E in fine mi ero portato con le zanche nella zona dove sono stato punzonato. La distanza del mio chip da quel marchingegno mi aveva lasciato un dubbio. Ma solo per quell’attimo durante il quale ho tentato di farmi scoppiare gli occhi sfregandomi le pupille.
Ancora qualche minuto.
Seduto | Sul davanzale di un negozio | Avevo le mani strette intorno al focolare dei palmi.
Qual’è la strategia generale?
Ah sì. Lungo promettere col mantenere corto – come direbbe Dante – fa trionfare ne l’alto seggio. E tenere i battiti bassi. Questo sopra a tutto. Oltre che sperare in Dio. La sua parte doveva essere un miracolo mirato alla mia gamba destra.
Tre minuti.
Un elicottero che veniva a filmarci doveva esserci. E l’elicottero era arrivato puntuale.
Partiti.

#

Ora chiedo una cosa.
Alle divinità, più che ad altri.
Concedetemi la grazia di far scendere in piazza la labile traccia del percorso che mi è rimasto impresso nella memoria.Fatemi questa cortesia e io metterò su una casa nuova di zecca, dipinta di bianco e col tetto in buone condizioni, fatto di malta e mattoni rossi.
Così sia.

Se il sole viaggiava dritto o zoppicante sopra le nostre teste, io questo non lo sapevo. Come nessun altro. Perchè non si poteva proprio saperlo. Il cielo era nuvolo. E nonostante tutta la sua stazza grigia e la spavalderia da acquazzone, non era per quello che sono diventato silenzioso come un gatto in punta di piedi sul bracciolo di una poltrona.
É stato per via della mia gamba claudicante, che era in cima alla lista delle mie preoccupazioni. E alla quale avevo prestato tutta la mia attenzione con l’occhio aperto alle sensazioni. E con mia grande sorpresa, andava alla grande.
O così pareva.
Per quanto fuso sono, realizzarlo al primo di una tirata da cinquanta tre chilometri, sapevo che non sarebbe stato per niente indicativo.
Era troppo presto.
Come presto invece non lo era vedere chi già non teneva dietro alla bilancia. C’erano di quei pancioni in giro per strada che quasi quasi potevo convincermi di un fatto: portare al traguardo i miei sessanta chili scarsi sarebbe stata una passeggiata da ragazzi.
Non so come dire, manco per il cazzo.
– Il completo di quello lì non gli veste proprio da atleta. – Ha sparato Eddie. – Eppure non mi pare che si sente un wurstel messo a nudo.
– Dovrebbe?
– Mah, forse no. Però che un fardello di pancia del genere potrebbe procurargli dei crampi anche standosene spaparanzato su un divano in totale relax, magari questo sì.
– Magari è fatto d’acciaio e tu non lo sai.
– Come no, vedi che ora questo tizio è il signor Superman in persona. Almeno sai di cosa sono fatti i wurstel?
– D’acciaio.
– Non credo proprio.
– Vedo che sei proprio di umore sdolcinato oggi.
– Proprio così.
– Ok. Ricevuto.
Per quanto avessi l’intuito impegnato da Eddie, a sputare veleno, che dal sacco del mio socio mancavano un bel po’ di cose ancora da vuotare non bisognava che mi venisse spifferato. Edilio sperava ancora di farmi ripiegare le ali nel nido di famiglia. Io però non ero d’accordo.
Volevo rimanere concentrato, correre e andare avanti.
E per un po’ ci sono anche riuscito.
Come ero riuscito a sbuffare stando sulle punte. A passo corto. Uguale a quando salgo sulla montagnetta. Preoccupato soltanto di una cosa, godermi la corsa.
Qui invece, la concentrazione m’era andata a puttane subito. Salivo con un baccano nelle orecchie che stavo per fare una strage delle Gemelle Bacchette. Queste erano messe chissà come alle mie spalle. Male da costringermi a tenerle ferme con una mano. Che ho allungato dietro la schiena e lì ce l’avrei lasciata finchè non mi fosse cascato il braccio.
Ci ho ripensato subito e l’ho ritirata appena mi sono stufato. Avevo preferito estrarle dalla custodia per usarle. Sebbene non sapessi come. Ammetto che, dopo ben cinque trail all’attivo, ancora non avevo un’idea precisa di come dovessero essere trattate. Impugnarle e puntarle a terra, infatti, non è come dirlo e per me significava provarci per l’ennesima volta.
Com’è andata?
A tutta prima, niente di nuovo.
Lo stile di corsa – diciamo – era poco elegante. Di contro, una parola a favore delle Gemelle ci può anche stare. Se me ne fossi andato in giro con classe, cioè senza, nel mucchio dei ritiri probabilmente ci sarei finito anche io. Gettato malamente, con buona probabilità. Ma è altrettanto vero che le reggevo come un paio di infradito e non mi sono del tutto convinto di saper sfruttare il loro aiuto.
Ma chi se ne frega.
Tanto, a quanto pareva, l’andazzo voleva che qualcosa di più fastidioso venisse a crearmi una gioia ancora maggiore. E che la spina nel fianco, dallo stare perennemente sulle punte delle Gemelle, diventasse la cannuccia della borraccia a spalla. Più precisamente il pezzo che mi andava a finire in bocca. Quel ciuccio di merda che, per la seconda volta, non voleva saperne di funzionare bene.
Quando mi capitò in precedenza, all’Electric Trail, la tettarella di gomma si era rotta quando ormai era tardi per cambiarla e i liquidi se ne uscirono per i cazzi loro e puntando direttamente a terra. ‘Sto rostro celeste si lasciò scappare via tanta di quella soluzione di sali e carboidrati che gli alberi sotto i quali era finita si incontrarono per la prima volta, si abbracciarono e scesero dal pendio.
E la situazione qui era identica.
Anzi, peggiore per via della recidiva.
Avevo fatto la sostituzione di quel pezzo prendendolo da una borraccia rigida, con un evidentemente errore nei calcoli. Perchè il congegno al termine di quel pistolotto cilindrico non era in grado di reggere alcuna pressione. Il beccuccio della borraccia non era spaccato, ma al suo interno, là dove era molle, dava l’impressione di contenere del sughero vecchio e marcio. Tant’è che dal buco partivano certi getti da spararsi nelle palle. Sconsolato li guardavo girare parecchio alla larga dalla mia di bocca.
Tanto per dirne una, subito dopo aver fatto il primo rifornimento, la perdita era stata talmente grossa sembrava volesse donarsi a tutto il mondo circostante, non solo agli alberi. E con soli duecento metri di suolo calpestato, il liquido rimasto nella sacca non bastava per fare il bidè all’ugola. Per quanto, non è che mi ero dato per vinto. Anzi. Ma, cercando di rimediare, mi sono attaccato come un alcolizzato alla cannuccia per poi pisciare quel poco che avevo tirato su dal naso.
Un disastro.
Ma uno può non testare il materiale prima di usarlo?
Certo che no. E invece sì.
Proprio così, sono un coglione.
E via di questo passo.
Di reintegrarsi correttamente non se ne parlava più.
Però sapevo che l’elicottero doveva tornare a riprenderci. Puntuale era arrivato. Lassù non sapevano nulla della mia seccatura, in tutti i sensi. E io non ci tenevo a farglielo sapere. Così li avevo salutati. Se da lassù abbassarono lo sguardo, non mi era dato saperlo. Dal terreno sono certo che spuntavo come un oggetto scuro le cui braccia erano sventolate quanto il rospo che stavo ingoiando.
E via di quest’altro passo.

#

– Questo tatuaggio l’ho già visto.
SBOOOM, mi parte il cuore a mille.
A parlare era uno alle mie spalle e il disegno al quale si riferiva la voce ritrae Edilio a figura intera sul mio polpaccio destro.
M’era venuto duro per la commozione di aver beccato il mio primo lettore e, convinto che così fosse, gli ho chiesto, – Ti piace come scrive?
– Non ho capito. – Replica costui.
Cosa’altro potevo pensare, e ho chiesto nuovamente, – Ho detto se ti piace come scrive?
Il caso, non c’è verso di prevedere cosa ti combina. Questo ci stava mettendo un eternità a dare una risposta. E la mia sicurezza di aver inquadrato correttamente la situazione se ne stava andando a farsi fottere.
– In che senso? – Dice lui laconico.
Un attimo prima di insistere con una dimostrazione di ottusità, mi è scesa una domanda in testa. – Hai detto di aver già visto questo tatuaggio, giusto?
– Giusto.
– Dove lo hai già visto?
– Prima.
Questa risposta significava che due cose altrettanto drammatiche stavano colpendo il mio ego. Primo: costui non solo mi aveva raggiunto, ma stava per passarmi davanti. Secondo: non sapeva niente del mio blog. Opzioni per le quali potevo anche decidere di suicidarmi, orgoglio oppure una condotta di corsa cannata.
Fortuna che non avevo portato una sedia con me, altrimenti l’avrei messa in mezzo al sentiero e mi ci sarei messo comodo.
Più tardi, quasi senza che me ne accorgessi – quasi si fa per dire e lo sia fa di parecchio – ero arrivato ai mille fiati che tornavano al mittente. Dove il cuore s’era messo a tirare capocciate contro il petto e oltre a non stare calmo lui, noi due popcorn, Eddie ed io, scuotevamo pure il capo.
Io per un motivo, Edilio per non sparare a qualcuno di sua conoscenza.
– Cazzo, – dice lui – rischia di finire tutto in merda.
– Credi che non lo so?
– Hai intenzione di uccidere anche me per evitare un fiasco?
– Sì, può essere.
Non è scoppiato a ridere, Eddie. Si era fermato come se tenesse un bicchiere in mano, senza più bere.
– Salirei meglio queste rampe se non fosse per ‘ste gambe del cazzo. – Eravamo sulla così detta dura salita al bivacco Grisetti. – Niente dolore al bicipite femorale destro. – dico ancora per stemperare l’atmosfera, – É un vero miracolo, eh Eddie?
– Vai a leccare il culo di qualcun altro.
Che faticaccia quella salita.
In un manuale illustrato di sgobbate, sempre che esista, sarebbe rappresentata con un carro armato trainato da un ermellino. E quanto bruciavano i polpacci.
E più bruciavano, più m’incazzavo.
La qual cosa non mi faceva neppure piacere. Sapevo bene che quella rabbia era benzina sprecata. Ad alcuni lei non piace proprio, a me non piace quando mi fa diventare nero. È una situazione che non possono tenere sotto controllo. Quindi mi va di traverso. La speranza è di esaurirla una volta per tutte. Non è detto, certo, ma può capitare.
Tornando a noi, alla corsa, con quel fastidio emotivo attivo tra le palle, Eddie aveva addirittura sviluppato un odio per i Dj olistici. Cosa c’entrassero in quel momento è inutile chiederselo.
– Se vedo qualcuno che muove dei piatti con una corona sulla testa, gliela faccio saltare via a fucilate. Quelle corone sono un ottimo bersaglio, lascia fare.
Che dire.
Non stava cercando di mordersi la lingua.
– Cazzo ti rendi conto che li chiamano rave buoni? Secondo me, anche se te la facessero ascoltare da queste parti, quella merda di musica, piuttosto che purificarsi, il Karma ti va su per il culo.
Non c’era andato giù pesante.
Non quanto i sassi che quella salita continuava a mettere nelle tasche. E che non si faceva sentire più solo sui polpacci. Ma, per via dell’altitudine, nel cervello arrivava sempre meno ossigeno. Avessi avuto forza abbastanza gli avrei fatto un discorso sulla necessità di tenere il suo posto un po’ più in ordine. Nello spazio di Edilio c’era merda di cane dappertutto. Oltre a moderare il linguaggio. Ma i miei polmoni avevano zero aria da sprecare. Tant’è che al ragazzo avevo replicato con un sermonico, – Che simpatico.
Intanto la scala saliva sempre più dritta, e noi eravamo col fiato in appoggio sul vuoto.
Procedere, procedere, procedere.
Anche di una misura di spazio minima. Un’oncia in cent’anni magari.
Mi sentivo il più elefante di tutti i corridori.
– Ehi Dumbo, – mi tira fuori Edilio, – fatti sventolare le palle come le orecchie.
– Porca puttana – esclamo io, per poi fermarmi e rinnegare quanto avevo appena pensato. Riguardo al parlare sboccato. – Stai zitto, testa di cazzo. Non mi rompere i coglioni, capito!
Poi sono uscito dal tracciato. Mi ero piazzato su una bocca di drago, altrimenti detto zoccolo di parete rocciosa, a tirare il fiato. Con la faccia girata dalla stessa parte di quel famoso cicognin, Dante, anche io ho levato le ali sporgendomi.
Ed ecco cosa avrei voluto dire alla fine di questo discorso. Che quello che conta è il viaggio interiore. Non perchè lo sostenessi io, ma perchè lo dicevano in tanti, in particolare uno che a me è caro. Quel genio che ha cacciato il beat fuori dalle tenebre. Prima che innovare lo stile diventasse perfetto per dire la minchia di un cazzo.
Salinger.
E invece le cose dette con Edilio sono andate diversamente.
Eddie mi chiede, – Dove sono finiti gli zuccheri?
– Mi importa una sega degli zuccheri.
– Bel modo di parlare, per un dilettante della battuta in pubblico.
Gli avrei allungato un calcio. Mi ero limitato a sorridere.
– Ti ho visto, – dice ancora lui, – quello sì che è un bel modo di usare la bocca.
Non respiravo. – Tu è meglio se la chiudi, – fiato, fiato, fiato, – quella bocca fradicia di piscio.
– Sai che non ti sento così ospitale.
– Caro, se la mente avesse i polsi, ti giuro che in questo momento te li avrei tagliati.
– E dagli con queste minacce. Sei sicuro che questo modo di parlare non ti impedisca di far bene il tuo lavoro di correre?
Altro che correre.
Con il cuore ben oltre la soglia del milione di battiti al minuto, pregavo solo che non mi schizzasse fuori dal naso. E la vita era così dura in quel momento che il pensiero di tagliare qualcuno non mi suscitava più alcun interesse, nemmeno verso me stesso.
Mi ero fermato poco più in là dalla sosta precedente.
Alle nostre spalle si scorgeva del movimento.
Proseguire di mezzo passo alla volta.
E avanti così.

#

Non mi vergogno neanche un po’ a dirlo.
Quando si è trattato di attaccarsi alle funi, non solo non mi sono sporto in avanti per scendere, come avrebbe fatto una mezza tacca qualunque, ma al mondo avevo preferito mostrarmi con le terga.
Terga di codardo genuino.
E, come se non bastasse, con la fune mi ero persino scambiato confidenze dopo averla abbracciata intensamente. Per chilometri giuro di puro terrore. Beh, non proprio chilometri. Qualche centinaio di metri però sì. Più o meno. Okkei una decina di balzi. Epperò, com’era il pendio bisogna dirlo. Tirava verso il baratro quanto il debito pubblico appeso alle corna dei cittadini greci.
Santo cielo.
M’aveva preso un umore gotico di quelli che si impossessano pure delle gambe. Sebbene fossi convinto di star correndo come un cazzo di camoscio imbottito di steroidi, procedevo alla velocità di una pernice bianca quando viene sorpresa da una tempesta invernale.
– Potrei anche sbagliarmi, – mi fa Eddie, – ma ho la sensazione che tu sia bloccato.
– Sensazione fondata su cosa?
– Istinto.
– Cazzo d’istinto c’è bisogno per capire che tra poco mi prendo in mano le caviglie e le spingo in basso altrimenti non scendo. Per non parlare della fatica che si fa a, a respirare.
– Senti, c’è altro di cui ti vuoi lamentare?
– Senti tu, c’è altro che l’istinto ti ha buttato lì sulla mia condizione? Sai com’è, l’ossigeno circola poco, la testa mi si è annebbiata e non so più se la ricerca in atto di una visione sta passando dal suicidio o dall’illmunazione.
– Lascia stare. Fottitene di quel vecchio pentolone, – dice Eddie.
– Sicuro? Non lo so.
– Sicurissimo.
– Guarda che se nei bassi fondi della coscienza un fatto è un fatto, non è detto che lo sia anche ai piani di sopra, intendo dalle parti di Me lo Zuccone.
– Vero.
– E chi più di te è ben messo per sentire proprio quel vecchio pentolone brontolare. Sempre che non sia tu quel vecchio pentolone. Facciamo così. Dimmi solo che non sono proprio nei guai, eh? O mi sbaglio? Insomma, se c’è qualcosa di brutto o qualcosa che non torna me lo diresti vero?
– Caspita quanto è pieno di panico ‘sto discorso.
– Ehi, vacci piano con le accuse. Idiota. Anche se nel panico un pochino lo sono. Allora, cosa aspetti a vuotare il sacco?
– Non ti stavo accusando di niente. E non è questo il modo per togliere zavorra all’ano, al contrario è così che lo fai colare a picco.
– Senti, i casi sono due: o sai qualcosa perché c’è qualcosa da sapere, oppure sto perdendo tempo col solito ronzio che mi impedisce di pensare per davvero. E scusa se insisto ma: posso sapere che altro ti ha detto?
– Mi ha detto che la situazione è scomoda e lo sarebbe anche per chi non soffre di vertigini. Che saresti potuto diventare leggermente paranoico e in effetti mi sembra che non ti stai facendo scappare l’occasione.
– Questo già lo sappiamo. E poi?
– E poi che questa volta non sarà una passeggiata. Che troverai pareti parecchio faticose e che non sai ancora quanto ci sei dentro fino al collo.
– Ti ha parlato soltanto di merda o c’è dell’altro?
– C’è dell’altro.
– Sputa.
– Dice di non ordinare un tagliere di formaggi misti questa sera. O un primo di tagliatelle. Devi mangiare carne. E per dessert niente brocca di yogurt profumato alla menta. Ma se ti prendono i cinque minuti, puoi usare i pantaloni per pulirti le mani. Purchè il buon senso ti faccia tornare in te e la smetti di partecipare a queste torture legalizzate.
– Quindi posso stare tranquillo che non sto per lasciarci la pelle.
– Più precisamente non stai nemmeno andando alla grande.
Da che pulpito.
Il cranio disadorno della montagna era terminato, con tutti i suoi gradini e prendo atto che il rapporto intimo con la corda non andava più tanto a gonfie vele. Una notizia fantastica!
Dopo di che tiriamo dritto e ci mettiamo a correre come due scoiattoli. Cercando pietre o grossi ciocchi sui quali cadere pesanti.
Pork!
Quando si cammina scalzi per casa non c’è cosa più scontata che sbattere contro uno spigolo. E quando si corre in montagna non è raro colpire un sasso e farlo baciare dall’alluce. Per questo ogni tanto le creste ci vedono afflosciarci manco fossimo dei peni esausti e sentono strillare di certe giornate di merda. Decisi a finirla lì con la vita o come non detto, niente.
Col fiato mozzato, noi due, abbiamo proseguito fino a quando il tracciato, tornato a salire sotto la rapidità motoria di una panchina, la nostra, aveva ragionato dove piazzare un rifugio. Che non era a Milano ma sembrava andare a gonfie vele quanto una caffetteria in centro.
Eddie ed io, che c’eravamo arrivati appiccicosi per via di quel ciuccio con la valvola spalancata e che ci sbrodolava addosso, avevamo una sete boia. Grazie al cielo, nonostante i mille avvertimenti che non avremmo trovato bicchieri da nessuna parte, qui, ce n’erano a volontà. Con ogni ben di Dio versato dentro.
I volontari, che a prima vista parevano un po’ sottoppeso, sono stati gentilissimi. E a prova che tutte le cose che si dicono sui magri non sono vere, mancava poco che ci dessero un tavolo dove sederci.
Offrivano acqua, tè, coca. Cola ovviamente.
Noi abbiamo ingollato sia tè che coca. Cola ovviamente.
Cos’altro riprendere? Niente. La strada.
– Per come la vedo io, – mugola Eddie, – invece di muoverci in due, sarebbe meglio se andassi avanti tu e mi chiamassi in caso di necessità.
– Geniale. E se ci fosse bisogno di te, come lo trovo il modo di chiamarti senza dover fare la fatica di tornare indietro?
– Giusto! Allora mi sa che non si può fare.
– Sa anche a me. Senti, spiegami perché dovrei affrontare da solo il resto dei chilometri che mancano? In fondo non ci corre dietro nessuno. Tantomeno dobbiamo vincere.
– Perchè tu sei uno scoppiato?
– Eddai, per qualche canna non mi sembra il caso di fare tanto baccano.
– Esatto! Mettici anche Bacco con uno o due pasti, si fa per dire, e tre milioni di sigarette. Lo sai da dove deriva la parola baccano, no?
– Beh cosa vuoi che ti dica. Hai vinto.
– Non ho ancora finito. Quella ciucciata di benzina che non mi andava di fare e ti è andata di traverso non te la ricordi? Dal serbatoio di papà.
– Certo che la ricordo. Eravamo ragazzi e serviva per tenerci in tasca qualche spicciolo in più. – Farsi alleato lo strano gonzo del mondo ancestrale è fondamentale. Se lui non collabora, tante volte non si va da nessuna parte. – Senti ho capito, ma secondo me ce la possiamo fare.
– Sicuro? Io ti vedo molle, ubriaco o che non hai un cazzo da fare. Intendi proseguire a pelle di leopardo?
– Magari.
E via che si è tirato avanti.
E a proposito di rarità.
Quando si corre non è raro che un piede solleva un sasso e l’altro gli tira un calcio. Di solito con la parte del collo. A me capita spesso sulla Montagnetta di San Siro. Dove mi alleno. E dove, di sassi davvero grossi, non se ne trovano tanti sulla propria strada. Intendo dire, di quelli che vanno scavalcati o che non si riescono a sollevare con un calcio.
Anzi, direi proprio non ce ne sono.
Qui, invece, ce n’erano parecchi e parecchio grandi.
Come il secondo che avevo picchiato duro con lo stesso protagonista del primo urto. L’alluce sinistro.
Procurandomi uno schifo di dolore.
Una dolenzia uguale al portamento per il quale uno avrebbe potuto credere che fossi uno sbarbato e figo e con la tasca destra piena di quattrini. Se le spalle erano sollevate entrambe ma una più dell’altra. E che magari ero disposto a fermare la prima ragazza che passava di lì.
Invece no.
Riuscivo soltanto a smadonnare.
Al massimo mi suggerivo di restare tutta la notte da quelle parti pur di rimettermi in sesto. Mangiando le prede di una civetta nana. Dopodiché ‘sta cosa che potevo tornarmene a casa con lo stomaco in putrefazione metteva addosso un po’ di paura anche a me. E a ripensarci meglio doveva esserci un modo più intelligente di sopportare quel dolore.
Ad esempio distrarsi con una bella partitina a morra cinese: sasso, alluce e forbici.
Non era il caso.
Per l’unghia non c’era più niente da fare. Ne ero certo.
Lentamente gli occhi mi si erano riportati con la vista fuori dalla veranda, a dare un’occhiata alla realtà. Ovvero il mio piede. Nel guardarlo, mi ero accorto che tremava un po’. Ma, a quanto pareva, non ero riuscito a rompermi il dito. Almeno, non più di tanto. E una volta rimessi i recettori del dolore nel cassetto, non ero certo conciato per le feste ma nemmeno quello di prima. Diciamo che, quella sera stessa, lavati i denti, mi sarei dovuto togliere l’unghia. Appunto.
Intanto ce ne stavamo fuori, all’aria fresca, dentro un tracciato. Ed eravamo gli unici che si tenevamo per mano. Nel senso che Eddie, prima di rimetterci in cammino, mi ha voluto dare un consiglio amorevole, – Ehi figlio di puttana, se non alzi quelle gambe di merda quando cammini ti prendo a calci in culo finchè non ti rompo la testa. Ti curo!
Che i suoni di Edilio non siano sempre alta poesia e colmi di meravigliosa esitazione non è una novità. In passato aveva già bussato alle orecchie del sottoscritto parlando della mia scaltrezza. Per qualche motivo, ‘sto giro, in più ha voluto fornire informazioni sull’innocenza di mia madre. In ogni caso è chiaro che, nel pieno amplesso della violenza, non è uno divorato dal rispetto e dalla gioia.
D’altronde, nemmeno io lo sarei.
In base al nuovo piano di Edilio, lui avrebbe svolto il ruolo di sorvegliante alle mia zona di competenza, quella sotto. Mentre io, per quanto senza un’occupazione, avrei continuato comunque a sgambettare.
Quel pezzo di strada lo avevo dedicato a mia madre e a mio padre. Che non hanno mai superato un’infanzia da depressione epocale, il solito tran tran e di periodi diffìcili tra di loro ne hanno vissuti tanti.
A un certo punto ho scorso un sentiero e l’ho indicato col dito.
– Cazzo ne sappiamo? – mi fa Edilio.
– Secondo me è questo. Proviamo.
Concederci trenta o quaranta secondi di sosta sarebbe stato meglio. Non era consigliato cannare quando le bandierine, che vengono piantate senza discriminazioni tra campioni o brocchi, per chi va a ritmo lento sembra di incontrarle ogni due ore. E più di tanto, le nostre piante dei piedi, non riuscivano a darsi da fare.
La colpa non era del sentiero che non scendeva più di tanto in verticale, era il mio cazzo di alluce che continuava a fare un male cane. Per distrarci ascoltavamo il respiro. Immaginandoci di essere immersi in un bagno termale giapponese con l’uccello in buona compagnia.
Insomma, ci provavamo.
E la nostra mente non era tornata calma e sciolta ma stava meglio. Quando finalmente abbiamo intravisto il punto di ristoro e abbiamo finito di dubitare che la strada fosse sbagliata, le cose andavano anche meglio.
Poi il caso, quando vuole, sa essere preciso come una condanna divina.
Una pietra c’è passata sotto la pianta del piede destro. L’ho sentita rotolare fino al tallone che l’ha schiacciata facendola sollevare e schizzare in avanti. E quale parte del piede poteva batterci contro?
Non lo sto neanche a dire.
Cosa ci fosse nei vassoi dopo, da mangiare, era diventato del tutto irrilevante. Per dovere di cronaca ricordo gli spicchi di mela, le sezioni di banana, marmellate spalmate su pane biscottato, mandorle, uva passa, cacao e da ragazzo avevo avuto un problema serio di salute che ero riuscito a superare, non con grazia nè con eleganza, ma l’avevo superato.
Secondo me avrei potuto superare anche quel momento gramo della corsa.

#

Lassù si era fatto pomeriggio.
Saliscendendo lenti.
E palpando le pieghe delle rocce dove eravamo con gli occhi tenuti a freno.
Edilio era ancora pallido come la cipria bianca di cenere e nero come le braci che volavano via dallo stesso corpo di cui difetta. Eppure bruciato. Il ragazzo era ancora parecchio incazzato. Ed era concentrato sul camminamento.
Gli occhi, si sa, sono principio d’amore. Ma non era per quello che, solo ogni tanto, guardavano gli altri spiriti andanti. Più saggiamente facevano da balia ai piedi. Dato che ci voleva davvero poco a mettere le estremità in fallo.
E quanto ne sapevamo noi era perfino troppo.
Ma non parliamone più.
Ora ho voglia di fare una divagazione leggera.
Ci sono delle cose che uno deve accettare come adulto. Ad esempio di essere superato da una donna bianca di capelli che andava per la sua strada senza attardarsi qualsiasi cosa vedesse, come chi è pungolato dalla necessità.
Ci siamo beccati in un tratto percorribile senza dolori eccessivi, da un lato. Dall’altro, mi faceva male scoprire di essere più maschilista di quello che avevo creduto di essere. E faceva ancora più male rendersi conto che, incantato dal suo paio di talloni, li ho seguiti fino dove sono riuscito a starle dietro.
Poi mi ha mollato per strada.
– Stai un po’ zitto, per favore — dico a Eddie.
Il cretino cantava qualcosa tipo che l’uccello di Me lo Zuccone si era smosciato come il suo sorriso.
Vero era vero, ma non proprio elegante da intonare.
Fuori intanto lo scenario stava cambiando. Gli alberi avevano cominciato a riempire lo spazio visivo e anche il verde si era fatto più presente. Le nostre zampe attiravo ancora un sacco di attenzione. E in terra si vedevano degli insetti con la schiena blu. Non sono un dottore delle piante eppure direi che erano parecchi. Tutti impegnati a divorare la pagina adassiale delle foglie. Finendo per bucarne anche quelle sotto.
Magari esagero, e spero che sia proprio così, ma avrei preferito un lieto fine. Quel banchettare vorace sembrava tutto tranne che una notizia positiva.
La nostra mossa?
Ce la siamo battuta correndo per tre isolati.
Poi abbiamo rivisto quella donna con la livrea bianca in testa. Sapevo che era francese perchè lo avevo visto sul suo pettorale. Quello che lei aveva portato a spasso sulla pancia, e lo aveva fatto alla grande. Ma a me non doveva importare.
Lei era padrona di se stessa.
E un uomo deve fare quello che deve, e se sa di aver dato tutto non c’è bisogno di vergognarsi.
Si va avanti.
Ciò che doveva importarmi era che ogni centimetro guadagnato era un secondo sottratto al totale, e tutto sarebbe andato per il meglio.
Prima di dirlo ad alta voce, però, c’era da superare quel prato che si era fatto abbastanza inclinato da richiedere l’uso delle funi. L’angustia del vuoto era tutta sbilanciata sul fronte destro, mentre il sentiero non concedeva a nessuno di procedere appaiato.
Era possibile scendere solo in fila indiana.
La dama, sentendoci col fiato sul collo, si era fermata e ci aveva fatto passare. E noi due popcorn avevamo scoppiettato giù per la discesa. Sparati. Sarà ma il verde metteva sicurezza, ci sentivamo più tranquilli nel lanciare le chiappe a rotta di collo. E se anche non fosse stato per una questione cromatica, sulle pietre non avevamo l’orgoglio a darci una spinta. Una forza tipica del maschio ignorante e potenzialmente assassina.
– Gorilla, pensi di pestare il sentiero ancora per molto? – Dice Eddie.
– Cosa?
– Non è meglio se ci limitano a non cadere.
– Va bene, hai ragione. Rallento.
Non ho nulla contro gli uomini in generale. Penso soltanto che alcuni di noi siano delle merde. Mentre delle donne non ho mai capito niente. Mettendo insieme le due cose, godevo e me la stavo ridendo.
Quanto mai sbagliato.
Non molto dopo costei ci ha beccati di nuovo, su un tratto in piano, e se ne è andata per sempre. Lasciandosi alle spalle un cranio abbandonato alla tirannia della gravità.
Se era il momento di riflettere, preferivo riposare.
Arriviamo al punto di ristoro, l’ultimo allestito in grande. Dove c’era chi controllava se mancava qualcosa e chi sollevava deperibili alimentari. Potevi farti prendere la temperatura, nel caso. E c’era pure qualcuno che rideva. Io mi sentivo come se avessi scalato l’Everest con ancora l’Everest da affrontare.
– Non pensate, – dice un volontario, – che l’ultima salita sia questa.
E tace.
Ho pensato, – Bene questo è un sadico.
Mantenendo lo stile, incollo – Quanto mai sbagliato.
Il sadico vero era colui che aveva piazzato il migliore dei panorami a fine percorso.
Insomma, imbocchiamo la prossima salita e prendiamo a rimontare la scala verso il settimo cielo. Avevamo frutta schiacciata dappertutto, tra i denti, e che la tanica di benzina fosse ammaccata, metaforicamente parlando, già si sa.
Comincio a cercare il cellulare.
Ultimi 8 km, scrivo.
Poi invio l’SMS alla Regina dei Popcorn.
Non sto nemmeno a sollevare la testa e avanziamo.
Mentre passeggiavamo pensierosi notiamo impronte di piedi nella polvere, alla fine della rampa non portavano davanti alla porta di una stanza da letto. Purtroppo niente riposo.
Mi volto e guardo in giro.
Le impronte per quella famosa finestra proseguivano.
Trottiamo sempre di più sulle ginocchia. Ad un certo minuto di una certa ora, ho sentito accendersi la voglia di una domanda. Come può gioire chi arriva in cima a questo strazio completamente rincoglionito?
Non ricordavo neppure di avere addosso lo zainetto.
Per mangiare mi sarei messo a caccia di formiche e a raccogliere radici, due cose che non mangio spesso, anche se credo che preferirei le formiche alle radici. E le domande che avevo da fare erano una quantità, ma decido di rimandare. Pure Edilio era troppo stanco per starmi ad ascoltare, incazzato e puzzolente.
– Noi due dobbiamo parlare molto seriamente, – dice lui, – e fammi una doccia quando arriviamo. E butta questa biancheria da invasato.
– Non credo. É il mio equipaggiamento. Che costa pure un occhio della testa.
– Oh! Allora mi spiace che tu non possa permetterti della biancheria più colorata.
– Più di così?
– Genio, sei un incubo.
Non mi amava più, questo era chiaro. Almeno non gli toccava spingermi in salita.
– Edilio siamo nella merda.
– Come volevasi dimostrare. Cosa è successo?
– Non ce la faccio più, giuro.
– Tu fai cagare. Per di più stai dando ragione al vecchio pentolone.
– Può essere ma mi sento di merda comunque. Ascolta, devo pisciare.
– Accomodati. Attento a non farla sulla testa di qualcuno.
– Farò del mio meglio.
Trovato l’albero mi ci sono appoggiato col fianco, ho tolto la sicura alle inibizioni e mi sono lasciato andare.
A ragionevolezza sbottonata ci mettevo del tempo, allora ho detto, – Muoio di fame.
– Pensa a pisciare.
Quando sono uscito dal bagno ho portato le mani dietro la schiena e le ho pulite sull’asciugamano appiccicato alle natiche. Poi ho infilato due dita dove sapevo di trovare delle mandorle e sono ripartito. In mente avevo la cima che mi aspettava e la gente che andava fin lassù solo per dare un’occhiata, circondata com’era da una terra resa spigolosa da un bel po’ di attrito tra le placche continentali.
Quindici anni dopo, e tanto olio di ginocchio, mi trovo di fronte ad un paio di tizi con l’aria di essere andati in segheria la mattina, con gli stessi vestiti che avevano addosso, e di essere saliti fino lì portandosi anche del lavoro a presso.
Forse sto davvero lavorando di fantasia, ma quando sei un pezzo come lo erano questi due, super grossi, secondo me riesci ad accatastare enormi pile di dolomite, stiparle di tronchi d’albero e chiamarle Monti pallidi.
Poi mi si è aperto lo sguardo sul mondo nano e porca troia, altro che vista. Ai quattro angoli della vista si ergevano proprio quelle enormi pile di dolomite, stipate di tronchi d’albero chiamate le Dolomiti.
Folate di vento non ne erano passate, eppure avevo le palpebre che buttavano acqua.
Per un attimo non ho più visto un cazzo.

#

Ora non rimaneva che tornare a valle.
La discesa finale non sarebbe stata, come si dice, tutta in discesa. O una passeggiata di salute. Quantomeno però la strada era così larga che sembrava il letto di un fiume e, rischi di cadere sotto, non ce n’erano più. Piuttosto, la strada che portava al paese avrebbe presentato una curiosa attrattiva.
Edilio Ciclostile aveva dato addio al compagno Zuccone tornandosene nel profondo. Riconosco che si era caricato Me sulle spalle, pesante quanto un borsone pieno di soldi. E davanti a noi non c’era più un panorama mozzafiato da condividere. Eppure, non farsi sentire di colpo mi era spiaciuto non poco.
Anche se in pochi passi me ne ero già dimenticato.
Sentivo un dolore all’inguine sinistro. Così decido di fare mente locale sulla mia condizione generale. Nonostante l’inadeguatezza umana mi appariva evidente dal lugubre ricettacolo dell’ammasso d’ossa, i muscoli erano messi ancora bene. Il saliscendi, però, mi aveva stritolato questo inguine riducendolo una di quelle merdose ciabatte da aereo che non servono a un cazzo. Come la postura che avevo preso dal collo in giù, e l’andatura poco sciolta.
Facendo un paragone cretino, avrebbe deambulato meglio una pianta rampicante.
Sempre più seccato col mio essere poco dinamico, mi ero voluto concentrare sull’incontro con i miei due tesori, la Regina dei Popcorn e Grossa Guru Mà. Alle quali avrei raccontato quanto era stato difficile dare l’addio all’ospitalità spirituale di una vista mozzafiato. E dei due operai della segheria. O forse erano musicisti. Uno suonava la chitarra e l’altro cantava.
Non importa.
Cercavo solo di mettere assieme qualche distrazione per combattere il dolore. Dovendo scivolare verso il basso, non volevo trascinarmi con il piede sui sassi. Le distrazioni non servivano più a niente. Ho buttato giù un analgesico.
Me lo sono ficcato dritto in gola.
Avevo anche scommesso su quanto ci sarebbe voluto prima che quel figlio di puttana arrivasse in testa. Speravo in meno di due passi.
L’ultima volta mi era salito un po’ troppo piano, e un Troll aveva fatto in tempo a piantare un piccone nel mio cranio. Lo fanno, a volte. Di ficcarsi nel cervello, intendo. E non dico balle se l’encefalo mi è scoppiato come se lo avesse bucato un oggetto molto appuntito. Tipo quelli che si portano in giro gli abitanti dei boschi in Scandinavia. Quelli col naso a patata. E uno casco di capelli, neri e lunghi.
E che si dice siano presenti anche dalle parti di Belluno.
Un po’ sopra.
Se è vero, questo io non lo so.
Fatto sta che, mentre scendevo, nessun vento sibilava tra gli alberi del bosco. Eppure, immerso in quella solitudine, sentivo il verso delle foglie che svolazzavano sulla mia scia. Non mi era caduto nessun palo in testa da farmi uscire di senno. E sono pronto a giurarlo. Quei rumori avevano il vizio di tagliare la strada alle mie spalle e poi andar via piano piano, ben dopo che ero venuto giù.
Con un ritardo a dir poco costante.
Mi ero girato per badare a me stesso, ma niente. Non vedevo nulla. Così avevo cercato di entrare nel mio orecchio e scoprire di cosa si trattasse prima che mi portassero via il cuore in barella.
Il fatto è che non sono mai stato molto propenso a credere vere questo genere di cose. Io scrivo storie, non credo mica in Babbo Natale. E anche se un Troll ci sta sempre bene in una storia, non mi piace nemmeno assaltare l’innocenza della gente. Già lo fanno al cinema con i lupi mannari e i vampiri che si detestano e, tutto il tempo, tentano di darsi fuoco oppure bruciare il bosco con il nemico all’interno.
Non mi serve l’aiuto della finzione, per trovare un nesso. Poi non mi piace montare balle sul nulla.
Ma più di questo, è che mi sentivo protetto.
Non so come dire.
Non credevo che ci fosse un orco alle mie spalle, e mi sto quasi convincendo che forse avrei fatto meglio a lasciarmi prendere da questa idea, ma non si fosse trattato solo di un soffio d’aria e nient’altro, quel refolo non trasmetteva di essere armato.
Per niente.

#

Da lontano vedo Grossa Guru Mà che si sbracciava. Poi si è lanciata verso quello che mi stava davanti e avevo pensato che volesse ammazzarlo. Per far passare me. Invece si era buttata nella mischia dell’organizzazione e dava indicazione sulla direzione da prendere per non bucare l’ingresso degli ultimi cinquanta e fischia passi. Per tenerci sul vago.
Non avevo capito subito cosa stesse facendo, quando poi ho visto il salto c’era da fare, da un bordo all’altro della strada, allora me la sono trovata di fianco che correva come una matta.
– Mamma cazzo, non correre. Il cuore.
Non è che stessi andando a mille. Ma l’unica cosa che mi sembrava di aver fatto abbastanza bene non volevo che andasse a puttane. Se il cuore le scoppiava adesso, mi mandava al diavolo il tentativo di portarla in montagna con l’intenzione di farla stare meglio.
E tutta la fatica che avevo fatto.
– Simona ti aspetta più avanti. – Dice lei. – Dai che ce l’hai fatta.
Forse aveva ragione.
Se doveva dare retta alla mia paura di quel momento, tanto valeva che restasse a casa.
Qualche metro più avanti trovo la Regina dei Popcorn che mi scattato qualche foto prima dell’arrivo. Supero lei e, superata la linea, trovo la mano di Paolo Franchi.
– Dura eh? – dice lui
Minchia, penso io. Ma non riesco a dirlo. Così mi piazzo davanti alla sua faccia e il messaggio glielo sparo dritto negli occhi.
Poi sento dire che Federica Boifava ha vinto.
Che arrivasse prima tra le donne era quasi scontato. Dico quasi perchè le incognite di queste corse sono sempre tante. Ma a lei non bastava superare queste, le incognite, come le sue avversarie e basta. Anzi voleva fare di più e ad un certo punto deve aver detto ciao ciao anche all’ultimo dei maschi che le era rimasto davanti e se ne è andata.
Solitaria.
Cazzo. A vederla così sembra una che potrebbe estrarre un mitra piuttosto che comportarsi da ambientalista.
Lei dice che danza con la gomma sotto le scarpe. Cominciasse subito a nuotare, riuscirebbe a fare tutto il Rio delle Amazzoni in meno di due settimane. E niente potrebbe strappargli un vero e proprio urlo da ragazzina, nemmeno se il suo braccio andasse a sbattere contro un alligatore.
Questo lo credo io.
In questa gara, l’ambientalista ha lasciato diverse lattine per strada. Non proprio a malincuore visto che erano di quelle con muscoli, nervi e tutto quanto serve per fare dei ragazzoni capaci di correre. E non so se questi ragazzoni si riprenderanno presto dalla batosta.
E questo è successo davvero.
Sulla corsa, ora posso considerarmi soddisfatto.
La sera a cena finiamo in un agriturismo.
L’ospite non era delle più facili da trattare. Anzi. Finito di ordinare lei era filata in cucina mentre io avevo fatto lo stesso nella mia fantasia. Avevo saltato il bancone accanto alla porta della zona cottura e avevo spianato la pistola, restando in attesa. La porta aveva mandato un lieve rumore, per poi aprirsi di schianto. Vedo spuntare una mano che impugnava un piatto, poi un profumo che mi arriva davanti, sul tavolo.
Cosa avevo ordinato?
Un tagliere di formaggi misti. Per primo un piatto di tagliatelle. Una brocca di yogurt profumato alla menta come dessert. Il buon senso non aveva partecipato. E quei cinque minuti che mi sarei potuto prendere, li ho usati per sdraiarmi.
Fine.

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