[OSSOLA TRAIL] Il peggio è passato


Per quanto bene possa funzionare il dorso della mano, non ci si può sollevare dalle fatiche senza che si stampi sulla fronte anche un grazie. Da mandare via, infatti, non c’è soltanto lo sforzo materiale di chi si è grigliato l’uso delle chiappe senza una brace, e che a fine corsa solo qualche animale selvatico potrebbe rianimare, ma bisogna pensare anche all’impegno di chi ha dato al suo tempo la cifra del dono. Con la serietà che dalle mie parti era di moda ai tempi che furono, prima che sbarrassero gli occhi e morissero. Qundi, ancora un grazie ai volontari!

Il chiacchierone all’ombra dell’olmo, quando la truppa di alluci marci era ferma a prestargli orecchio, sotto lo stesso albero, ha sfoggiato un italiano contento. Suppongo che a metterlo di buon umore fossero i completini che riempivano di colori indecenti la scena di folla. Bisogna immaginarsi questo: un’affresco di tinte frizzanti come serpenti a sonagli. Pronti a mordere quanto le sue preoccupazioni. Con gli imbucati, invece, il chiacchierone aveva fatto il duro, dichiarando che li avrebbe strangolati e via discorrendo. Ma non ci sie è potuto dilungare più di tanto, tra tutta quella gente deve aver visto della bava in giro. La vivacità del suo microfono infatti si è spenta perchè era ora di andare. Si è sentito lo scalpiccio dei nostri passi verso il pronti, partenza e via.

A Simona, custode gentile di me caos.

“Perché sono convinto che una persona che ha passato quello che ho passato io si merita un po’ di tempo in più.” Mel O’Zuccone

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– Il peggio è passato. – Rantolo io che, minuto più minuto meno, mi è sembrato di averci messo un mese a raggiungere la cima del monte. A un punto della corsa che vedo una collana di sciupati snodarsi per un chilometro e forse più. – Siamo sulla crapa del Faiè. – Biascico ancora qualcosa.
– Sempre che non stai prendendo un granchio, porca miseria – dice, dall’interno del mio salotto in carrozza, il tizio decorato di pensieri sereni, –  e le cresta è un’altra.
– Anche se mi sbaglio, l cose non cambierebbero di molto. E i nomi non sono mai stati il mio forte. Come sai.
– Nemmeno correre, se è per questo. – Dopo una misera pausa di silenzio. – Ti dice qualcosa Mergozzo? Almeno questo
– Sì.
– Non te ne vantare troppo però, qui anche i pesci del lago sanno in quale comune nuotano.
– Ma dai?
– Ehi, modera i toni. Se tu avessi studiato la zona, magari togliendoti il cappello, metaforicamente parlando, adesso non ne stringeresti uno al petto come se ti servisse a qualcosa. Te lo scordi che possa funzionare per alleviare la sensazione d’incenerimento muscoli.
La preparazione che avevo fatto con poco più di una scala a pioli, tanti sputi e un rosario di lamentele, non mi poteva dare certezza migliore di questa, – Hah, anche conoscessi il terreno con la precisione di un golfista non credo proprio che ora starei tanto meglio sai.
– É qui che ti sbagli, caro il mio zuccone. Tu solo, sei rimasto che non lo sa. I muscoli si allenano anche col cervello.
– Senti, – gli faccio, il damerino è fortunato che sta in una  carrozza da dove non lo posso sbattere giù a calci senza che si tiri dietro i lobi, e le conseguenze sarebbero nefaste per la mente di entrambi, – come se la passa uno che può starsene svaccato con i piedi sul tavolo? Ci manca solo che ti accendi una sigaretta.
– Fumo io? Cosa cazzo dici che lo tollero meno di tuo padre. Odio il fumo. Anzi, ti dirò di più, se potessi ammazzare il tempo in un qualche modo socialmente utile, impiccherei tutti quelli che mi sbuffano intorno anche a un chilometro di distanza.
– Esagerato.
Esagerazione sì, esagerazione no, non c’è da meravigliarsi che escano pensieri del genere da uno come lui, che fa continuamente a botte con la realtà. E per quello che c’è da dire su costui, basta solo un nome. Si chiama Edilio. Eddie è il soprannome. E si comporta come un profanatore di tombe nel cimitero dei pensieri.
I miei.
– Prima di cominciare a mettere in atto questa idea geniale, cosa ne dici di dare un’occhiata al codice penale eh?

#

Diciamo che non sono finito come sono finito, con questo tizio nella testa, Edilio, per carenze alimentari.
Quei due che mi hanno allevato stanno bene assieme come il latte con la cola. Al diavolo, lo so, magari sono più fuso io che mi sono innamorato di questo, e non capisco che la pago il doppio se non me li tolgo dallo stomaco. O forse non è vero nemmeno questo. Secondo me, però, loro sono contenti di come gli sono andate di merda le cose e io l’ho pagata abbondantemente.
O forse sono sempre stato io il superfottuto nel brain e i miei non hanno nemmeno dato la martellata che ha fatto breccia nel vaso, per così dire.
Ripeto, lo so, pensarci dovrebbe servire alla sua maniera, di certo non aiuta a farmi sollevare in un baleno. I due vecchietti sono lì, la Ghiottona e il Mago. Ma forse ci sono cose di cui bisogna fare finta che non ci siano più anche se fanno ancora parte della nostra vita, anche se non se ne andranno mai via veramente.
Il tracciato comincia a scendere, e io mi riallaccio a quanto espresso precedentemente, – Eddie dai che il peggio è passato.
– Di cosa stai parlando, – fa lui che poi si è dilungato col fiato su questa sillaba, la prima – cosa è passato?
Al solito.
Il mulo si è fatto apprezzare quanto un muro caduto.
Se reagisco male anche io è finita, penso, e non mi va di sentirmelo addosso, proprio per niente, ma l’esasperazione era troppa e anche se sapevo che me la sono andata a cercare dico, – Il fottuto peggio! – Convinto che tanto mi si avrebbe fatto la pelle lo stesso.
Non ha detto niente, stranamente.
Stordito dalla novità, Edilio pareva la Siberia che mostra il suo volto meno simpatico, porto la cannuccia dell’acqua sopra il mento dove raggiungo la bocca. Scettico, quasi speravo che il passeggero dello scompartimento domande fosse sporco e imbronciato.
Alla nona succhiata d’acqua la mia attesa era ancora in sospeso e così è rimasta fino a quando una parte iperattiva del mio copro, il braccio, porta la cannuccia sul cammino del ritorno.
– Ah sì? – dico io, – Allora fammi capire cos’è che non ti piace di ‘sto peggio di cui parlo?
Le fessure dei suoi occhi si sono strette abbastanza da tagliarmi la gola, coglione io.
– Senti, – mi fa, – abbiamo appena scalato mille e non so quanti metri in meno distanza di quanta ce ne sia tra zero e sette chilometri. E ce ne rimangono altrettanti da scendere e altri seicento da salire e scendere. Sapere questo non serve per farmi tirare l’uccello tanto meno a tornare di buon umore, capito?
Che pensieri fini, la testa.
Ma capisco che essermela messa contro, per altro da solo, si è tirato dietro il corpo che in quell’istante sento cedere, inchiodato dal peso di un bel barile di pensieri merdosi.
– Altro che se ho capito. Tanto bene che tutta questo ben pensare basta e avanza.
– E comunque, – fa ancora lui, – te lo dico in stile  Boskov: Peggio è passato quando trail finito. Se ci facciamo male, per te sono guai. Mi faccio venire una malattia di quelle invisibili e ti costringo su una sedia a rotelle. Vediamo se poi non ti passa ‘sta gran fretta di invecchiare. Mentecatto che non se i altro. E adesso vedi di stare con le antenne alzate e di non sbattere i piedi da qualche parte. Ce n’è ancora parecchia di strada da fare. Concordi?
Se mi faccio male per colpa di un ucello del malaugurio, penso io, lo uccido. – Concordo.
– Bene. Fammi anche il piacere di non dire più stronzate su cosa è o non è passato. Almeno finché non è tutto finito. L’arrivo non mi pare proprio dietro l’angolo. Occhei?
Guardo in giro, pietre di particolare interesse per le mie unghie dei piedi non ce ne sono e le foglie ammassate attutiscono un terreno misto di sassi e bitume stracciato. La strada è larga a più di così, proprio non vedo nessun motivo per cui devo andare schiantarmi in terra con la faccia. Tanto più che la spinta propulsiva adesso è controllata dal buzzo, il ventre, in particolare con la prudenza che sta nelle fasce più basse.
Prendo una storta.
– Cazzo.
– Vedi! Ecco perchè devo preoccuparmi, fanculo a te e ai tuoi piedi di merda che vanno a farsi saltare le unghie contro le pietre.

#

Metto il culo a sedere e piango la voglia che giace distesa in terra oppure stacco il piede dalla caviglia e m’appoggio con tutto, palle comprese, ai malleoli?
La madonna che esce e tira dritta al mio indirizzo, dalle narici, non c’entra molto con la domanda. Tantomeno il tecumesh di colpe che approfittano della tensione per lanciare uova al Grande Bleu, alla fuga dal fumo delle macchine e alle foglie che nascondono insidie. Che sono le tre cause principali per le quali mi muovo sgraziato quanto la voce di Edilio quando si mette a fare il saccente. Ora non c’è, ma io lo sento lo stesso: Andare su e giù per i paesi delle seggiovie ti deve rendere militare sul piano visivo. Sempre. Anche se stai correndo la cavallina. Il pavimento qui non è come quello urbano dove c’è poco di cui entusiasmarsi. Le strade asfaltate non sono molto diverse dalla mente di un politico, per quanto bucate sono tendenzialmente piatte.
Mi verrebbe da dirgli che il pericolo dei nostri amministratori sta proprio in quel piattume cerebrale. Ma non è il momento. Per il male che sento non reggo niente, nemmeno l’anima con i denti. E poi sto facendo tutto da solo, me la canto e me la suono, quindi sarà meglio che vado oltre. Se poi risucissi a pensare vorrei concentrarmi sulla vita e cosa c’è di peggio. Fossi stato alto un gambo di sedano, ad esempio, sarei andato giù con la testa e chissà su quante cose in meno avrei potuto puntare l’indice.
Fortuna mia non lo sono.
Per riempire il mio sacco d’ossa ci vuole poco, una vanga avanza e nella crapa ci sta anche meno roba. Per riempirla di stronzate, poi, basta niente. Un cucchiaino. Chissà com’è che le vaccate occupano una enormità di spazio, mentre un milione di pensieri decenti, tutti insieme, non se la giocano nemmeno con un granello di sabbia. E per di più spariscono nel tempo di un non nulla. Non so proprio.
Strade per pendolari, questi sentieri.
– Lo credo, – dice Eddie, – tutto ‘sto bestiame da pascolare, tutto ‘sto lavoro, è nei prati che dev’essere fatto. Per carità, le strade devono esserci, così i politici possono dire cosa hanno saputo combinare.
– E, ovviamente, hanno bisogno di un carreggiata da cacare di tanto in tanto.
– Questa però mette i brividi. L’ultima volta che l’hai guardata, il manto di foglie s’è fatto beffe degli occhi di un coglione e a me si è gelato il sangue.
– E mi sono circolate parole brutte nella testa.
– Te le sento anche adesso, di tanto in tanto.
– Lo credo bene, fattelo tu un giro col mio dolore alla caviglia. E comunque è stata anche colpa mia, non solo.
– Bene a sapersi. Ma vedo che sei in vena di fare polemiche inutili, quindi desumo che ti senti meglio.
– Sbagli, la corsa è finita.
– Ti arrendi?
– Ho quasi perso l’uso di una gamba.
– Assomigli a uno stramaledetto salottiero. Non scherzare.
– Non scherzo. La caviglia è rovinata. Inutile come un cartone bagnato. Soltanto che non sono un cartone bagnato.
Peccato.
Ci credo sul serio che nella vita bisogna combinare qualcosa, e portare a termine un impegno non sia merda fritta. Ne sono convinto. Ma questa volta ha vinto il terreno. Non riesco a prescindere dalla dimensione del dolore che mi sembra più funzionale alla sofferenza di un gigante. Decidere di andare avanti mi richiede un’impresa di sforzi gigante.
– L’ano come ce l’hai? – mi chiede l’amico.
Fortuna che quando gli dico di non esagerare con le stoccate si risente e risponde che sono il più possibile fedeli a ciò che ritiene sia giusto dire.
– Scusa? – Faccio io.
– L’ano. Hai presente?
– Certo che ce l’ho presente.
– Il buco del culo.
– Fa piacere sentirlo chiamare confidenzialmente.
– Vabbè, con quello come sei messo?
Il gay che mi dorme sulla spalla, la presenza che accompagna tutti quanti noi, quelli che giurano il contrario in particolare, si è tirato su con la testa, ha emesso un gorgoglio e poi ha ripreso a dormire. Soltanto perché mi vuole bene come a un figlio non significa che si presta come un’organizzazione di beneficenza. Eppure Edilio non si stava riferendo a lui. Altre idee? Non ne ho. La pazienza di trovare quella giusta? Ancor meno.
Chiedo, – In che senso?
A volte però la curiosità se ne va molto alla svelta.
Prosegui la lettura sul blog di Edilio

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