[TRAIL OASI ZEGNA] Mangia e bevi


paccio finta che la mia coscienza abbia un uomo per soggetto, che nel cammino di un trail è un dramma che si spalma sul tracciato e sulla carta. E mentre fluisce il suo mondo interno, non tutto è simbolico. Se simbolo è la direzione imboccata dal disequilibrio mentale che intesse queste fantasticherie. Che qui elimino quasi per intero tranne che per una sostanza, in quanto mi sono reso conto che la gratitudine è una delle nostre fortune più grandi. In altre parole, la sostanza di cui è fatto il mondo Massi, alias Me lo Zuccone, è “GRAZIE”.

Aperti gli occhi, la lancetta dell’orologio superava le sette in blocco. Se mi alzo dal letto svengo, ho pensato, ma a quel punto ho smesso di parlarmi e ho infilato una mano nelle mutande, Afferro i ringraziamenti, poi ho tirato fuori un che di bang dal posteriore, con l’assistenza di contrazioni addominali volontarie e alla fine sono svenuto lo stesso. Di questa passeggiata, di questo TRAIL OASI ZEGNA, infatti, nella memoria non conservo che un’ombra .

A Simona, custode gentile di me caos.

                                 “Nessuno dovrebbe portarti cattivi telegrammi per quanto succede, e io continuo a correre.” Mel O’Zuccone

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Era metà marzo quando scoprii che il mio buon amico Giovanni, un normale essere umano, nel senso che non è fatto di materiale psichico come Edilio, alla sua prima uscita da trailer, ci aveva già preso gusto con le #HotLegsRun®. Nonostante il suo arrivo all’Ultrabericus non fu dei più gratificanti. E, sempre che Giorgia non avesse deciso di appendere il morosetto per le palle, lo avrei ritrovato ad un’altra di queste scampagnate dove ci si toglie piccole soddisfazioni in barba all’età e si gode di un paesaggio da urlo.
Tempo permettendo.
Come infatti è successo qui, all’Oasi Zegna. Dove il meteo ha collaborato ma, per via delle precipitazioni intense nei giorni precedenti, non sapevamo cosa ci avrebbe aspettato lungo un percorso nuovo, per noi, e gnucco come le mie scarpe nuove, per me.
Prima di divertirmi a raccontarvelo, però, e di scherzare con Edilio sul tormento dei miei piedi indolenziti, ci tengo a spiegare perché Giorgia ed io ora siamo qua, al traguardo che lo stiamo aspettando.
Quel sabato 19 marzo, dopo una tirata di gambe lunga undici ore e passa, su e giù per i monti Berici, il ragazzo non trovò lo straccio di nessuno che lo aspettasse. Nemmeno le braccia dentro le quali rotolare in preda ai crampi, perché anche la sua bambolina era con noi a mangiare. Vittima come tutti di un errore nel calcolo dei tempi di percorrenza degli ultimi venti chilometri. Avevamo contato di veder arrivare Morosetto con un’aria piuttosto pesta e un’ora in più di sofferenza da scontare.
Cosa che non fu. Per i crampi, il tempo che ci mise e nemmeno per quel che avrebbe dovuto riguardare l’espressione tipica di una sbornia da fatica.
Non che Giovanni fosse fresco come una rosa quando ci raggiunse, ma invece di contestare un arrivo dall’accoglienza piuttosto fredda, come avrebbe fatto un attaccabrighe anche leggero, lui, con un refolo di fiato, puntualizzò, – Questa cosa la voglio rifare.
E sorrise.
A ripensarci ora mi vien da dire, guarda te come si ribalta una prospettiva con poco a volte. In un altro momento, sentendo Morosetto fare un’affermazione del genere, Bambolina lo avrebbe tritato dentro l’ingranaggio di un cambio Shimano. Non è che lei non vada matta per i trail. Ma è solo uno dei mille impegni che hanno. L’uno di troppo. E adesso, che aveva bucato l’appuntamento con lui al traguardo, era in uno stato di mortificazione penosa. Tanto che non lo aveva manco sentito parlare. Pensava soltanto a cosa avesse fatto di male nella vita. Perché l’infausto destino mettesse sempre il braccio attorno alle sue spalle. Sempre a lei che, anzi, riteneva di essere stata brava a sollecitare il simpaticone delle comande. A dirgli di sbrigarsi e servirla in fretta. Così avrebbe avuto tutto il tempo di questo mondo per contribuire al momento di Giovanni.
Il quale Giò, in verità, un po’ di brighe alla Giò le deve aver attaccate in privato. O mi sbaglio e Giorgia non fu che incline a credere di aver deluso Morosetto.
Io vorrei credere che mi sarei infastidito al sentirmi in debito per questo intoppo minuscolo, ma non ci riesco mi conosco.
Comunque sia, a pensare bene anche a questo, quando si presentarono al ristorante, e lei non fu abbastanza discreta da voltarsi di spalle mentre decise di annaffiarsi le guance, c’era da scommettere che delle conseguenze ci sarebbero state. Eccole qua, noi due che stiamo dando retta ad un senso di colpa esagerato, sicuramente con un potere che contagiò me, e da allora siamo rimasti in due ad aspettarlo. Fino adesso.

Se vuoi sapere come è andata, prosegui la lettura sul blog di Edilio

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Ray Laskowitz ha detto:

    Thank you for following Storyteller. — Ray

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